Il post delle sfoglie ricce senza la ricetta delle sfoglie ricce ma con la ricetta per il post senza ricetta.

sfogliatelle

Alla fine uno le sue soddisfazioni se le prende. Non è solo la solita storia, trita e ritrita, del “consolamose co’l’ajetto”, che sono quei due spicci di saggezza romana che non ci abbandonano mai (per chi non fosse romano, consolamose co’l’ajetto significherebbe “visto che non c’è altro che questo, facciamocelo andare bene”). E nemmeno l’altra storia, topica e tipica di tanti (pure miei) post, ovvero “la vita è triste, nessuno mi ama, quindi mangio dolci e spero in un lieto fine alla Bridget Jones”. No no. Questa è un’altra storia.

Qui non è tanto che avevo bisogno di qualcosa di dolce per consolarmi dal momento difficile che sto vivendo (zerosoldi-lavoribrutti-ordedicreditori-etcetc). Anche perché per me la consolazione massima in realtà è un gigantesco piatto di carbonara, in caso. No, qui c’è proprio che l’occhio mi casca in edicola sulla rivista appena uscita di Jamie Oliver, il giovane e rotondetto cuoco inglese che spopola al di là e ora anche al di qua della Manica. Un intero servizio dedicato a ricette a base di limone. Tra queste, la ricetta delle sfogliatine al limone; ora, chi sono mai io per resistere a tutto ciò?
Nessuno, si sa. Sono un debole, nonché un curioso. E essendo un cuoco autodidatta, queste sfide le prendo per quello che sono. Delle lezioni di cucina. Certo, nulla può eguagliare l’imparare direttamente da chi SA fare queste cose. Un bel corso di pasticceria (ma costano tanto, troppo). Una nonna “di una volta” (ma ormai inizio a essere io, in età da nonna). Che so, un amante fornaio. No. Ok, me la devo cavare da solo, io, libri e riviste di cucina, e qualche blog migliore del mio.

Beh, ma insomma, tutta ‘sta tiritera, ‘sta premessa, per dire che?
Per dire che sono riuscito a fare le sfogliatine. Quelle ricce. Quelle che se magnano a Napoli e dintorni. Quelle delle pasticcerie. Non le avevo MAI fatte in vita mia, e, sempre per dirla alla romana, rigà, sono un bel “dito-ar-culo” (per chi nuovamente avesse poca dimestichezza con la parlata romanesca, ebbene sì, è colorita e un po’volgare, ma rende l’idea). Perché? Perché il procedimento è complesso e quello che sembra facile, se non lo sai fare e sei da solo nella tua microcucina piena di roba, con un gatto scarsamente collaborativo e con il telefono che squilla, beh non è facile manco per niente.  Per dirne una, per stendere la pasta così sottile, si usa, guarda un po’, la macchinetta per fare la sfoglia in casa. Sapete, la mitica Imperia? La Titania, nel mio caso (deve essere il modello-basic)? Insomma, quel monolite di acciaio che va a manovella? Ecco. Avete capito. Ora, quando qualcuno a Masterchef, ma anche in cucine meno stellate, la usa, vedete come, con qualche leggero giro di manovella, esce fuori un rettangolo perfetto, liscio, dritto, ortogonale al piano di lavoro. E invece a me non va così. Prima cosa, il pezzo di impasto inizia a scendere solo da un lato, mentre l’altro pare refrattario a qualsiasi stimolo, e sta lì, tetragono e ostile, che non entra manco morto nell’imboccatura della macchinetta. POI, siccome alla fine in un modo o nell’altro ce deve entra’, entra ma STORTISSIMO. Quindi alla fine hai una lingua di pasta lunga, sì, dallo spessore PIÙ o MENO regolare, sì. Ma sbilenca, più simile a uno straccio usato per pulire il tavolo, che a quel rettangolo magico che vedi altrove. E si appiccica. Come lo scotch quando lo maneggi male. Soprattutto quando la fai sottilissssssima (e così ha da esse’).
Alla fine ti arrangi e ci riesci, eh. Più o meno. Ma insomma, ci metti il triplo del tempo.
E guardate che tutta la ricetta è irta di ostacoli per noi selfmadecook. Quindi, la strada è in salita, ragazzi.
Ma guarda un po’, insistendo e aggiustando, provando e riprovando, eccole qua. Non ci credevo eppure sono venute. Le sfoglie (anzi le sfogliatine) ricce.

Solo che… solo che la ricetta non esiste. O meglio. La ricetta che ho usato come base credo avesse dei difetti. E non da poco. Ad esempio, la crema, il ripieno (di ricotta e limone), era troppo liquido. Decisamente troppo. Non ho ancora capito se l’ho intepretata male io, o se era scritta male (dubito, ma…) o semplicemente se mi mancava qualcuno di quei trucchetti che scopri quando vedi non una ma cento ricette, dopo aver spaziato in lungo e in largo tra blog e tutorial (cosa che ho fatto DOPO aver fatto le sfogliatine). E poi qualche foto in più del “come” si preparano alcune cose, non sarebbe stata malvagia.
Quindi stavolta la ricetta non la scrivo. Mi riservo il lusso supremo di rifarle aggiustando il tiro, e di scrivere poi la ricetta che ha funzionato davvero (almeno per me).

Ma allora, che ca**o scrivi a fare un post qui sopra?
Ve lo dico subito. Faccio un elenco di motivi. Anzi, no, ecco la ricetta.

La ricetta per il post senza ricetta.
Prendete un piatto complicato. Eseguitelo cercando di seguire scrupolosamente le istruzioni (rispettate ogni passaggio, non saltate niente, e state attenti anche ai tempi). Fate in modo che nessuno possa vedervi, agite senza testimoni. Sfornate il prodotto, aspettate il giusto, e assaggiatelo. Se non è stato proprio un disastro, fate qualche foto di corsa, per gli amichetti di Instagram (magari mandate agli intimi una fotina su Whazzup, così, per farli imbestialire). Nel frattempo è sera. Mettete tutto a riposare una notte. La mattina dopo preparate il set, e fate delle foto decenti (stavolta devo dire non sono malvage, essendo autodidatta anche nella fotografia). Aspettate ancora un po’, meditate, e poi scrivete il post. Il vostro blog si è arricchito di un altro elemento. Il vostro amor proprio è salvo, perché il risultato non è male e non siamo degli starchef. La perfezione è lontana, ma manco la vogliamo. E alla fine le sfogliate si sono sfogliate davvero. Quindi, sempre come si dice a Roma, “ce potemo sta‘”.

Sfogliatelle al limone

Una parentesi. Ovvero, Cheesecake di fichi.

fichi!

Una parentesi. Una parentesi?
Una parentesi succosa, saporita rispetto a un annetto di dieta, con alti, bassi e medi, ma decisamente poco spazio per i dolci. E lo ammetto, nonostante i dolci non siano la mia passione più sfrenata, mi sono mancati. Un po’. Ok, un pochino più di un po’. Poi l’estate la voglia di frutta, dolci, zuccheri, aumenta. E insomma, ma chi sono io per resistere a una qualsiasi tentazione? Nessuno, si sa. Ergo, è tempo di dolci.

Ma non solo. Nel mettermi a nudo su questo blog, non posso fare finta che questo sia un periodo semplice. Non lo è per nessuno, non lo è per me. Non lo è per molti dei miei amici. Non lo è per la mia famiglia. Cerco di raccontarlo, con onestà se possibile, di getto come mio solito, e attraverso il cibo come ormai mi sono abituato a fare. Ma senza farla troppo lunga. Solo che… solo che ora serve un po’ di dolcezza. Banale? Molto banale. Metafora scontata quella sull’amarezza della vita. Ma alla fine, è veramente tutto lì. Questa spossatezza assoluta, questa nevrosi infinita, specchio personale e intimo di un mondo in loop, hanno anche fatto il loro tempo. Ora si ricomincia. Da cosa? La scelta è stata fatta. Da cose stupide, semplici. Banali. Dal saper fare un orlo ai pantaloni. Attaccare una mensola. Stampare un tessuto. Fare il pane. Il formaggio. Roba concreta. Da nonni, da zie. Anche ricominciare a disegnare, per quanto mi riguarda. Girare per Roma con quaderni e penne, buttare giù una idea, esorcizzare un fantasma, disegnando in un bar, o a casa… E da questo, cercare di ricostruire una vita che nuova non sarà, anzi. Ma magari sarà diversa. Non so se più semplice, spero più coraggiosa.
Si ma… i fichi? La cheesecake?
C’entrano?
C’entrano.

C’entrano perché se vuoi ri-partire, hai bisogno di una pausa. Una piccola pausa può bastare, non serve un intero letargo. La famosa parentesi di cui sopra. E se questa parentesi è una piccola isola di morbidezza e freschezza, allora è la parentesi giusta. La freschezza dei fichi freschi, appena caramellati, con la buccia. Il bianco della ricotta, ricca, pastosa. La base insieme raffinata e rustica di una sablé bretone. L’equilibrio di dolcezze differenti. E poi, soprattutto, il piacere di condividerlo con gli amici.
Questa ricetta l’ho inventata pensando a una persona in particolare. Un amico, con cui condivido molte cose da anni. Una persona che mescola aspetti disarmanti e saporiti come la ricotta fresca, con l’intelligenza e la raffinatezza della sablé breton di quel mago di Christophe Felder. Mi piaceva l’idea di unire una cosa rustica e una più complessa e farle legare insieme da un terzo elemento, della frutta fresca. E che frutta? I fichi. Il fico cresce al sud, sui muri, sui tetti, sui sassi. Frutto antico, dalla simbologia lontana che si stratifica nelle nostre teste, rimanendo però sempre un fico (nel senso di frutto e non nel senso di cool). Frutto dell’estate, del sole. Mi evoca anche dei paesaggi brulli, accecanti di calce e luce, ma vivi, paesaggi che so piacciono al mio amico.
C’è poi un altro aspetto. Le mie (ma anche sue) amatissime Golden Girls si riuniscono in cucina, intorno a una cheesecake, a parlare per notti intere di sesso, mariti morti (o quasi), soldi, speranze, e vita. Alla fine, è quello che facciamo anche noi. Quindi, eccola la cheesecake. Ci voleva.

Cheesecake ai fichi.
La base, come accennavo, è una pasta sablé bretone, la cui ricetta è di Christophe Felder e che ho solo un po’ modificato.
Preparatela mescolando tre tuorli d’uovo a 130gr di zucchero fino a ottenere una crema biancastra. Aggiungete 150gr di burro ammorbidito (io, in realtà, ne ho aggiunti solo 125), e continuate a mescolare. Aggiungete poi a pioggia 150gr di farina, 50gr di grano saraceno (ecco, questa è la mia variante, invece di 200gr di farina e basta, ho fatto un 3/4 di farina e 1/4 di grano saraceno), mezza bustina di lievito vaniglinato e un pizzico di sale. Quando avrete impastato, fate riposare almeno due ore in frigorifero.
Stendete poi la pasta in un disco tra due fogli di carta da forno (così non attacca al mattarello) e posate il disco in uno stampo a cerniera (io ho usato uno stampo piccolo e alto, per avere una torta alta, appunto). Accendete il forno a 180gradi e fate cuocere per circa 15-20 minuti al massimo.

Mentre la base si raffredda, preparate una crema con 500gr di ricotta freschissima, cui aggiugerete tre cucchiai di zucchero (yesss, ho fatto “ad occhio” e così farete anche voi, perché la dolcezza del cheese nel cheesecake secondo me è a discrezione del cuoco). Mescolate. Scaldate poi un po’ di latte (POCO latte, l’equivalente di un mestolo) e scioglietevi dell’agar agar in polvere (diciamo tre cucchiai al massimo). Unitelo alla ricotta, insieme anche (se vi piace) a un po’ di essenza di vaniglia (o di fiori di arancio). Mescolate e versate il composto nella tortiera, sulla base di sablé. Fate raffreddare e rassodare in frigorifero
Ultimo atto: lavate (SENZA SBUCCIARE! la buccia dei fichi è buonissima) e tagliate sei fichi a spicchi (io che li ho tagliati a quarti, per essere precisi), e metteteli in una padella calda con dello zucchero bruno, a caramellare per cinque minuti (più sono freschi e più sono buoni). Fateli freddare su un foglio di carta da forno, e quando saranno pronti disponeteli sulla torta. Aprite la cerniera delicatamente e… Et voilà, l’estate è servita.
E se non basta questo a consolarvi, rigà…

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