Child

Child è uno spettacolo teatrale scritto, diretto e interpretato da due miei amici, Greta Agresti e Andrea Cappadona. Le illustrazioni sono servite per il lancio sul web e sui social della prima, e per la realizzazione della locandina.

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La Sacra Minna (o tetta per noi romani).

 

Minna

 

Certe cose si capiscono leggendole. Certe cose, facendole. Poi, altre solo dopo averne letto, e averle fatte. Perché l’esperienza ti spiega e suggerisce alcune cose, e diventa il tuo personale bagaglio di sapere. Ma questo sapere è più ricco, più fruttuoso, se è corroborato dal sapere altrui. Quindi, leggere, conoscere, fare, rifare, leggere ancora, scoprire. Annusare. Assaggiare. Metabolizzare.
Beh, che c’entra questo con le cassatine? Perché di cassatine stiamo parlando, giusto?
C’entra c’entra.

C’entra perché è primavera, la ricotta è fresca e buona, non è ancora troppo caldo e un dolcetto così calorico e zuccheroso, è proprio il momento giusto di mangiarlo. Quindi, se ti invitano a una cena siciliana e ti dicono di portare qualcosa, va da sé che il qualcosa sarà necessariamente in tema con la cena.
Ora, ho sempre amato la cassata. E le cassatine. Sarà per quelle tre litrate circa di sangue siculo che porto con me come eredità materna. Sarà perché i dolci siciliani sono dei veri e propri ponti tra mondi che qualcuno vorrebbe diversi, separati e distinti, come il mondo occidentale e quello arabo, e invece abbiamo tanto in comune. Sarà perché io, da eterno bambino, amo le cose zuccherine… ma insomma, era tempo che volevo provare.
E quindi, eccole. Trovata la ricetta (in un libro di cui mi fido, ovvero La Cucina Siciliana, Guido Tommasi Editore), mi sono messo a preparare queste cassatine, famose anche come Minne di Sant’Agata. Ovvero Tette di Sant’Agata. Tette. Seni. Insomma, la storia della santa che fu martirizzata strappandole i seni dovreste conoscerla (poi un giorno parliamo della passione dei cattolici per le pratiche sadomasochistiche, vero?).
Beh. Prima, la scoperta che in fondo queste cassatine sono FACILI da fare. La prima cosa: si prepara una pasta frolla mescolando insieme 300 grammi di farina, 125 grammi di zucchero e 125 grammi di burro a pezzetti, dei semi di vaniglia direttamente dal baccello, e, uno per volta, un uovo e due tuorli. Una volta che avrete impastato in amniera omogenea il tutto, fatene una palla e fate riposare in frigorifero per almeno un’ora.
Preparate poi il ripieno. Anche questo, semplicissimo. Non è altro che 600 grammi di ricotta di pecora, 100 grammi di zucchero a velo, e 80 grammi di canditi (se volete, di solito ci si aggiunge anche il cioccolato a scaglie, 100 grammi, ma io ho preferitonon metterlo). Sui canditi, ho dato un tocco tropicale (zenzero, papaia e komqat canditi). Beh abitando dietro il mercato di piazza Vittorio, era il minimo proprio. Stendete la pasta frolla in uno strato piuttosto sottile e foderateci degli stampi a semisfera (oh yessss, ecco, quelli sì, ci vogliono, sennò addio tette). Riempite con il ripieno di ricotta, e sigillate con altra pasta frolla, a chiudere.
Infornate nel forno già caldo a 180 gradi per circa 20-25 minuti.

Sfornate e fate intiepidire. Preparate nel frattempo la glassa, montando a neve due albumi e aggiungendovi delicatamente 350 grammi di zucchero a velo e due cucchiai di succo di limone. Togliete le Minne dagli stampi (p i a n o o o) e disponetele su una gratella, con sotto un piatto. Versate la glassa sulle cassatine (aspettate che inizi un pochino a addensarsi per farlo) facendo in modo che le ricopra uniformemente, e che l’eccedenza scoli dalla gratella nel piatto. Guarnite ogni minna con una ciliegina rossa candita, e fate raffreddare in frigorifero. Vedrete!

Ma, e quindi? La conoscenza, il sapere, blah blah blah?
Ecco, beh, siccome sono curioso come una scimmia, mentre facevo il dolce volevo saperne di più. Leggo quindi che queste cassate sono di origine araba ( il termine “cassata” deriverebbe dall’arabo qas’at, ovvero scodella, e da lì la forma tipica), ma potrebbero avere una tradizione ben più antica di quella che le dedica alla Santa. Il dolce a forma di seno, ripieno di formaggio dolce, propiziatoria offerta votiva, era conosciuto già nell’antichità (e forse l’etimo di cassata potrebbe derivare dal latino caseum, formaggio). Probabilmente legate al culto di Iside, nella sua forma di divinità fertile, o addirittura a un più arcaico culto della Dea Madre. D’altronde, sempre di una tetta stiamo parlando… Dopodiché la tradizione cristiana, che sempre si lega a quelle preesistenti, ha dedicato le cassatine (le “minnuzze”) a Sant’Agata e tutto a posto.
Tutto a posto, certo. O no?
Beh avevo FATTO le cassatine, avevo LETTO che erano origiariamente dolci votivi legati a culti più antichi e a celebrare divinità femminili… E in effetti, guardavo ‘ste cinque cassatine e davvero… cioè, oh, beh… OH RIGA’. Ma sembrano DAVVERO delle tette. Delle morbide, bianchissime, tette. Inequivocabilmente. E mentre le fissavo le vedevo con un occhio nuovo. Ho pensato a quelle pasticcerie, con file di cassatine verdi, e la ciliegina, e … un momento. Cassatine VERDI? Di solito sono verdi. E PERCHÉ?
Ecco. QUELLO ho capito, facendo e leggendo, e collegando le due cose.
Queste Minne tanto paiono dei seni veri, che una sfilza di tette in un bancone di pasticceria sarebbe un perfetto magnete per un maniaco. Oh Saggio Primo Pasticciere! Avere qualcuno che sbava non per gola, ma per lussuria sulle tue creazioni, non deve essere gradevole. Famole verdi, ‘ste tette. Soprattutto poi se devono essere quelle di una santa. Ci mancherebbe solo questo.
Sì lo so, queste sono illuminazioni che sarebbe meglio non divulgare, per quanto sono infondate e probabilmente totalmente inconsistenti. Ma qui nessuno ha né la voglia né la scienza per fare il filologo. La cosa più bella non è proprio inventarsi leggende e mitologie personali, cosmogonie tutte nostre, fondare universi in cui il Big Bang è dare un morso a un dolcetto siciliano e vederti apparire sante e dee tettute e zuccherine?
Buona mangiata.
Minna4

Le Gattò!

gattò

Gattò! Ma non gatto. Gattò nel senso di Gattò di patate. Proprio quello, quello che si mangia a Napoli, quello che ogni famiglia tiene la sua ricetta, quello che si mangia in privato il Boss delle Cerimonie insieme a una insalatina (non sapete cos’è il Boss delle Cerimonie? Beh, vi siete persi qualcosa, allora).

Già il nome, “G a t t ò”. Una storpiatura del francese gateau. Che in quella lingua vuol dire torta, mentre a Napoli indica UNA torta e una sola (ok, forse due, che c’è il gattò mariaggio). Lo sformato di patate. Una roba semplice e sopraffina, il confort food ma di alto livello, ricco della ricchezza che danno gli avanzi. Perché era così che si faceva. In quello scrigno di patate lesse e uova si mescolavano i pezzetti di formaggio e salumi che avanzavano in casa. Quella mezza mozzarella, quel pezzo di salame, quelle tre cucchiaiate di formaggio grattugiato, vivevano una seconda vita arricchendo lo sformato di patate, burro e uova.
BURRO, già. Per un piatto napoletano, pare quasi strano. Ma oh, si chiama gattò, e anche se il gattò di patate è invenzione del Regno delle due Sicilie, un bel po’ di Francia alla fine a Napoli era arrivata. Nella seconda metà del Settecento, con le nozze tra Maria Carolina e Ferdinando I di Borbone, a Napoli arrivano i cuochi francesi, i “Monsieur”, che a Napoli chiameranno i Monzu (e in Sicilia Monsù). E con loro arrivano parole nuove (come gateau, ma anche ragout, o croquettes), e ingredienti diversi. Quindi niente olio o strutto, oggi. Solo burro.
Ma è sempre così. La storia si affaccia nonostante La Storia, e di quello che è stato rimane traccia in quello che è, non solo in quello che viene scritto. E se le tracce oltre che scorgerle e leggerle (cosa non sempre facile, un po’ si nascondono, un po’ siamo noi a non volerle vedere), le possiamo anche gustare, ci abbiamo guadagnato parecchio (anche parecchi chili in più, ma questa è una altra storia).

Quindi, alla fine, ‘sto Gattò di patate?
Eccolo. In una delle mille possibili varianti.

Lessate e sbucciate ancora calde (OUCH!) 1kg e mezzo di patate. Schiacciatele in una ciotola e mescolateli a 100gr di burro (a temperatura ambiente, deve essere morbido e amalgamarsi bene), 100gr di parmigiano grattugiato, 100gr di provola affumicata a dadini e 100gr di salame (sempre tagliato a dadini). Altra versione, se preferite, invece del salame usate la stessa quantità di prosciutto cotto. Aggiungete 4 tuorli d’uovo, uno per volta, e aggiustate di sale e pepe. Se tutto è troppo denso e difficile da mescolare, un po’ di latte vi aiuterà a rendere il gattò più soffice. A parte montate a neve gli albumi rimasti, e incorporateli all’impasto delicatamente.
Accendete il forno a 180 gradi. Preparate una teglia imburrandola e cospargendola di pangrattato, e versatevi metà dell’impasto. Tagliate a fettine sottili una mozzarella e disponetele sopra il primo strato. Versate il resto del composto a formare un secondo strato, cospargete di pangrttato e fiocchetti di burro (eh si, DEVE gratinare bene), e infornate per 30-40 min circa.
Sfornate, fate intiepidire almeno 10 minuti, e et voilà. Il gattò è servito. Lo potete mangiare tiepido oppure freddo (e come le lasagne, il giorno dopo è ancora più buono). Io personalmente lo ho tagliato con un coppapasta, e accompagnato a delle micropolpettine (grandi quanto delle olive, per intenderci) di carne di manzo cotte in olio e idromele (che è vino di miele, yess), con nell’impasto parmigiano e cannella (eh si, perché se a Napoli ci stanno i francesi, in Sicilia ci stanno gli arabi, e allora è spezie, è agrodolce, insomma, è tanta roba anche lì). Ma il gattò si mangia in mille modi. Con della salsa di pomodori verdi scuè scuè (Napoli speaks), dal sapore acidulo che asciuga un po’ il gusto rotondo e morbido di burro e patate; con una caponata di verdure, agrodolce e fredda; con una insalata greca, o, in una possibile variante senza salumi, con una insalata di mare. Insomma, è un piatto versatile, gustoso, e molto, molto confortante. Inoltre, ogni boccone di Gattò, è un boccone di storia che buttate giù. Ma per una volta, non un boccone amaro.

Io non applaudo.

Per AldovrandiCinque minuti di ovazione per dei poliziotti che hanno ucciso un ragazzo, spaccando anche un manganello, che non si sono mai pentiti del loro gesto, che hanno più volte pubblicamente insultato la madre del ragazzo, supportati da un sindacato di polizia che ha anche manifestato sotto le finestre dell’ufficio della madre. Che non hanno neanche scontato la pena grazie all’indulto. E che sono stati reintegrati in servizio.
Mi pare che ci sia parecchio di cui vergognarsi.

Agrodolce, sontuoso e semplice.

nido Nido di linguine, cipolline caramellate e mandorle.

Questo è un periodo davvero strano. Strano per dire difficile. Difficile per dire brutto. Brutto per dire strano. Il lavoro? Il lavoro è calato (la mia pancia no, però), spesso è anche brutto, sicuramente è pagato poco, e ogni tanto il pensiero di tanta strada fatta per arrivare a questo punto un po’ mi deprime (ma non ne parleremo qui). Ma ma ma… ma ci sono nuove opportunità, un sacco di spunti differenti, tantissime possibilità e chance da cogliere. Quindi, come dire, si va avanti, navigando in mezzo a alti e bassi, contrasti forti, montagne russe e valli di lacrime. Insomma, agro e dolce.

Agrodolce. Sontuoso. Semplice. Sono i tre aggettivi che mi sono venuti in mente pensando a questo piatto (piatto, va detto, improvvisato per una cena dopo una giornata pesante, QUINDI, va da sé, un piatto altamente calorico e consolatorio).
Agrodolce, la sintesi più azzeccata di due sapori apparentemente impossibili da coniugare, e che invece armonizzano perfettamente, in mille piatti differenti. E qui l’agrodolce è dato dalle cipolline caramellate: fatte cuocere in un po’ di olio EVO, con aggiunta di aceto balsamico a sfumare (prima a fuoco molto alto, poi, coperto, a fuoco dooooooolce, ssshhhh pianino pianino…), sale affumicato (sì, mi piace, costa un po’ ma devo dire che quel tipo di sale lì, con i suoi granelli che scrocchiano leggermente sotto i denti, con quel sapore affumicato, beh, danno a qualsiasi piatto un tocco differente) e zucchero di canna Mascobado (grezzo, morbido, melassoso, dal colore scuro e dal sapore intenso). E buone buone, le cipolline cuociono per una trentina di minuti, lentamente, mantenute umide dal coperchio. Nel frattempo si prendono delle mandorle a scaglie e si fanno tostare rapidamente in un padellino antiaderente, diventeranno croccanti e sprigioneranno il loro aroma delicatamente dolciastro.
E l’acqua per la pasta? Ve la siete dimenticata? Ecco, bravi, mettetela su. Bolle? Bene, buttate allora nell’acqua bollente (e salata, Cristo, il sale… me lo scordo sempre) delle linguine e fatele cuocere molto al dente. Nel frattempo, avrete tolto le cipolline, che saranno cotte e morbide (ma non sfatte) dalla padella dove le avete lasciate gli ultimi 30 minuti, e mettetele da parte, mentre userete il liquido di cottura (avrete ottenuto a questo punto un ricco, sontuoso intingolo di cipolla, olio, zucchero e aceto balsamico) per risottare (brutto termine, ma tant’è) la pasta una volta che la avrete scolata. E quella storia del mestolino di acqua di cottura da buttare sulla pasta? Oh yesss, è vera, quando la fate finire di cuocere in padella, insieme all’intingolo delle cipolline, un po’ di acqua di cottura della pasta gli darà morbidezza e amalgamerà meglio i sapori. Poi, siccome sono golosissimo, ho aggiunto alla pasta una spolverata (ma POCO eh) di Parmigiano.
Impiattare: con un forchettone fate sul piatto un nido di linguine (aiutatevi con un anello per mettere in forma, se non ci riuscite al volo), spargetevi sopra un po’ di scaglie di mandorle tostate, e alla fine adagiatevi delle cipolline, lucide e brune del loro caramello.
Il sapore, come dicevo sopra, è sontuoso. Ma alla fine sia il procedimento che gli ingredienti sono molto molto semplici (se vogliamo, giusto il sale affumicato è un filino ricercato, ma beh… è bbono, ce lo avevo, ce l’ho messo, ci sta bene. tiè).
E ciao. Davvero nulla di più consolatorio.

PS GIURO, imparerò a fare foto migliori.

I diritti cosmetici.

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Diritti cosmetici?
Come sempre, sono frettoloso e superficiale. Intanto pensavo a una specie di Xtreme Makeover garantito.
E no, si parla di roba seria, di diritti. Su alcuni post di cattolici oscuri e oscurantisti, leggo come i diritti cosmetici siano tirati in ballo solo per rafforzare la tesi che Lunicafamigliaèquellanaturaleevoisietedegliarrogantipervertiti. Ho dovuto combattere un attacco di orticaria perché leggere queste boiate mi scatena le istamine. Ma poi, mi sono detto, ma che vuol dire? E sono andato a leggiucchiare meglio in rete.
La questione è più complessa in realtà. Il termine diritti cosmetici viene usato criticamente (e senza essere legato a una parte politica piuttosto che a un’altra) per indicare quei diritti che vengono “erogati” a costo zero, distraendo da altri ben più impegnativi per un Governo. Un po’ come il Pink Washing (sapete cos’è? spero di sì, comunque potete dare uno sguardo qui).
Intanto è drammatico vedere come una richiesta sacrosanta (perché è una richiesta più che giusta, in una società che non distingue in cittadini di serie A e cittadini di serie B, egualitaria e paritaria) venga usata per una specie di compravendita. Esempio grossolano: io ti concedo il diritto di sposarti con chi vuoi, tanto non mi costa nulla, ma tu poi appoggi, o comunque non contrasti, le mie politiche sull’immigrazione. Ma ok, la politica, il lobbismo sono anche questo, giusto? (anche se la comunità LGBT italiana è talmente frammentata, divisa, spezzettata, che il potere di lobby che ha è paragonabile all’apporto di Scilipoti alla Fisica dell’Atomo).
Peggio è però vedere come di questa posizione critica se ne approprino le avanguardie cattoliche più intolleranti (e deliranti), trovando così una ragione in più per ostacolare ogni possibile avanzamento civile sulla strada dei diritti. Sempre esemplificando grossolanamente, oltre al fatto che “voi siete contronatura (ed è già tanto che non facciamo come in Uganda), che noi riconosciamo solo i nostri valori su famiglia, matrimonio etc, oltre a questo, dicevamo, davvero ‘sti diritti non servono a nulla, ci sono cose più importanti cui pensare, sono solo capricci da bimbi viziati (e viziosi), pretese assurde”.
Le richieste di una intera comunità di persone, che si sentono escluse da una parte della vita di uno Stato laico, senza nessuna ragione reale (le motivazioni di carattere religioso competono, appunto, la religione, e nessuno le discute, ma LÌ devono restare), non sono merce di scambio. Non sono contrattabili, e non si può scendere a compromessi. E non esistono diritti cosmetici. Esiste casomai un uso strumentale dei diritti, ma i diritti in sé non si mettono in discussione. O un diritto c’è, o non c’è. Spero solo che noi per primi ce lo metteremo bene in testa.