A Sud de che?

Caponata aceto_rosso capperi

Un po’ di tempo fa su FB chattavo con una mia amica. Lei è più di una amica, è Amicalontana (qualifica che rende le amicizie più difficili ma, anche, più robuste); è Amicachescrive (ha un blog anche lei, anche se parrebbe persino più pigra di me); è Amicaincucina, sia perché è una cuoca eccellente e infaticabile, sia perché nella mia cucina abbiamo trascorso nottate a base di chiacchiere e vodka che mai potrò scordare); è anche Amicachesidàdafare, perché sta aprendo, a Torino, il SUO posto per nutrirvi tutti e amarvi a colpi di fritti e altre meraviglie. Beh. Insomma, per farla breve, Sara scriveva questo: “Me ne vado per uffici comunali dislocati per la città e scopro i dintorni di via Frejus brulicanti di vita, mercati e persone con cui sorridere, scambiarsi il buongiorno, i grazie e i buona giornata come se fossimo in un sud, in una piccola grande casbah in cui io, con la mia faccia araba dai capelli ossigenati, mi sento a casa. A Torino.
Mo’, io ho avuto subito un fremitopoetico, e ho scritto di risposta che il Sud è un luogo dell’anima, non solo un luogo geografico. Un luogo luminoso, fresco quando hai caldo, e caldo quando hai freddo. Arioso. Vento leggero, sole, notte profonda e profumata. Sorrisi e spezie, cibi sopraffini e frutti dolcissimi. Insomma, nella mia mente ho snocciolato un po’ di immagini-cliché-luoghi comuni sul Sud. E via così.

Eh no. Via così un cazzo.
Intanto, io sono una personcina cinica. Quindi tutta sta poesia, tutto sto respiroprofondo, questa comunione con l’universo, che d’è? Che sarebbe?  Che roba è? Da dove viene? Che c’entra il Sud?
Poi ho pensato: vedi che la Sara ha fatto un errore di digitazione, e voleva scrivere suK, non suD. Se, beh allora mejo me sento. Un bordello, un casino, un postaccio puzzolente e affollato dove ti rubano il portafoglio appena ci metti piede, ma solo dopo che ti sei comprato (dopo estenuanti mercanteggiamenti) almeno due enormi narghilé, confezioni regalo di spezzie muffe, e una scopa.
E la democrazia? No perché gentilezza, cortesia, il sentirsi a casa, mica è appannaggio solo del Sud (o del suk) del mondo. Che fai, ne privi il nord del mondo? Proprio tu che stai a Torino, città nordica e accogliente come poche altre?

Però, una cosa è vera. Il Sud non è solo un posto che sta più in basso di un altro. Il Sud è una cosa che ti porti appresso ovunque tu vada, pure se finisci in Patagonia c’è un Sud che non è il posto dove stai ma è il posto dove si è piazzato il tuo spirito.
Capisco che è una roba che solo io e Sara e quelli che hanno il gene terrone come noi potremmo scrivere. Perché nel mio caso, io sono un misto di roba italiana di centro (Umbria e Marche) e di roba sicula. Tanta roba sicula. E anche se in Sicilia ci sono stato poche volte, l’imprinting è inesorabilmente stato efficacissimo. Mia nonna e mio nonno materni hanno compiuto l’opera. E quindi, non solo le mie arterie, ma anche la mia anima si è intasata di parmigiana di melanzane, di arancine, di timballo di anellini, di cannoli. Il fritto ha vinto sulla grigliata, non c’è stata storia.
E ecco che mi ritrovo qui, a scrivere l’ennesima ricetta siciliana. Sempre sul filo di qualche ricordo. Che, come passano i ricordi attraverso il filo del gusto, poche altre cose…
Allora, eccovi la ricetta di uno dei piatti da me più amati della mia infanzia e di sempre (sarà che non sono mai cresciuto?) ovvero la Caponata. Che era una roba che faceva mia nonna ma soprattutto mia zia Maria. Una zia molto brava in cucina, dal carattere puntiglioso e a volte un po’ acidulo, ma che tra Caponata e Gelo di Mellone si faceva perdonare qualsiasi cosa. Una sola cosa, nel suo carattere, non mi è mai andata giù (anche se non era proprio una questione di carattere): non sopportava l’aglio. In nessuna forma, e in nessuna quantità. Riusciva a sentire odore di aglio da 40 metri di distanza, e anche se ne avevi assunto un microgrammo tre giorni prima, venivi allontanato manco avessi la lebbra.
Ma, ecco, nonostante questa evidente pecca (si sa, noi mangiatori di parmigiana amiamo l’aglio), era una bravissima cuoca e una persona arguta e intelligente.
Ecco quindi la ricetta (con aglio però) della Caponata. O meglio, una delle mille diverse ricette possibili della Caponata, che ogni città, quartiere, casa, aveva la sua unica, sacra versione. Questa versione qui, che mi dicono essere messinese, viene da un mix tra la ricetta de La Cucina Siciliana (Guido Tommasi Editore) e i miei ricordi.

Prendete 6 melanzane viola, tonde, e fatele a tocchetti. Fatele spurgare cospargendole di sale grosso dentro uno scolapasta (un’oretta circa), dopodiché sciacquatele, asciugatele e friggetele in abbondante olio (io per friggere uso l’olio di semi, ma stavolta l’olio di frittura lo riuserete, quindi DEVE essere di qualità eccelsa, oppure usate un ottimo olio EVO). Tenetele da parte.
Nel frattempo versate parte dell’olio di frittura in un tegame, con 4 spicchi di aglio (scusa, zia), del sedano pulito, sbianchito e tagliato a tocchetti (due sedani, più o meno), 4 pomodori pelati, due manciate abbondanti di olive verdi snocciolate, 3 cucchiai di capperi sotto sale (dissalateli, eh!!!), 100gr di pinoli e 150gr di uvetta.
Fate cuocere fino a che il sedano non sarà tenero. A quel punto aggiungete le melanzane e un po’ di basilico, e fate andare altri 10 minuti.
Alla fine, versate, mescolando, 2 cucchiai di zucchero e mezzo bicchiere di aceto di vino rosso, sale e pepe. Spegnete il fuco. Fate raffreddare, pima a temperatura ambiente e poi in frigorifero, per qualche ora. La Caponata è buona fredda, e soprattutto è ottima il giorno dopo, quando tutti gli ingredienti hanno avuto modo di fare reciproca conoscenza. :)

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Fashion Crime

Fashion Crime

Attenzione. Vi indichiamo alcuni grossolani errori commessi dalla middleage-d-wannabe signora che in Piazza San Pietro difendeva la fede dalle pericolosissime tette delle Femen:
A- anche se l’accostamento violadellasciarpa-melanzanamortadeicapelli è coraggioso e molto attuale, vi ricordiamo che a Piazza San Pietro una vera signora è SEMPRE tenuta a menare le mani con il capo coperto da un foulard di Hermes (se ricca), di padre pio (se povera), di madre teresa (se votata al signore).

B- La scarpa si intona meravigliosamente ai sampietrini bagnati, ma il tacco è TROPPO BASSO. Si tollera solo in caso di suore, suore laiche o di bigotte velate (un qualsiasi esponente maschio di area cattolica del PD)

C- NO NO NO! La pelliccia, pur donando innegabilmente uno status di “ho due euro in più delle altre poracce con i piumini Benetton e le borse Carpisa”, rende goffe proprio nel momento in cui serve maggiore agilità. Preferite sembrare delle lottatrici bulgare di lotta greco romana, o delle agili e stilizzatissssime golfiste anni trenta?

D- Un po’ di attenzione e di rispetto al luogo ove vi trovate e all’epoca evocata (alto medioevo, secoli bui). Per colpire una donna libera, nei pensieri e nei costumi, non si usa un ombrello, bensì una ben più coerente MAZZA CHIODATA (possibilmente d’epoca, frugate bene nelle segrete del vostro maniero).

Non commenteremo la mancanza di cilicio di ordinanza, e l’assenza di roghi, perché capiamo si tratti pur sempre di una situazione Last Minute, ma vi ricordiamo che una VERA SIGNORA ha sempre con se un kit completo di guanti-fascine-benzina. Noblesse oblige.

Ciccio.

ciccio

Ciccio. Ovvero Puck detto Ciccio.
Sto scrivendo del gatto a pelo rosso con cui divido l’esistenza da ormai tredici anni e più. In verità, avevo scritto “il mio gatto”. MA (come sa chiunque divida casa con un gatto), non è il “mio” gatto. Casomai, io sono il “suo” umano. Ma in fin dei conti non credo che a Ciccio importi molto il possesso di un bipede, mi pare molto più interessato a ribadire la sua proprietà esclusiva su altro, come le buste e le scatole di scarpe, il divano, il rubinetto della cucina, e i dieci metri intorno alla lettiera.

Comunque. Siccome tredici anni sono tanti, siccome alla fine è una convivenza importante, siccome un legame con questa creatura pelosa e roscia c’è, mi sembra doveroso scriverne almeno un po’. O almeno un post.

Iniziamo intanto con il chiarirci su alcune cose. Sono forse io come tanti e tante che riversano il loro desiderio di amore insoddisfatto nel rapporto con un animale? Forse. Sono forse uno che antropomorfizza i comportamenti del succitato felino in barba a ogni studio di etologia? Forse. Sono uno di quei deficienti che davanti al micio inizia una serie di versetti grugniti mugugni che nemmeno di fronte a un neonato? Si. Lo sono.

Ma ci sono delle cose da dire. Chi ha il privilegio di dividere un pezzo di esistenza con un animale credo mi possa capire. A parte le stucchevolezze classiche, le moine e le proiezioni di noi uomini su cani gatti e company, con questi esseri si stabilisce un rapporto speciale e profondissimo. Ne sono convinto. Non sono un grande esperto dei legami uomini-animali, ho letto qualche libro che credo sia straclassico, come L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, o La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell e poco altro, e sicuramente esisteranno meccanismi psicologici che a me sfuggono e che spiegheranno tutto seccamente ed efficacemente. Ma rimane sempre e comunque un’area più scura e misteriosa, quella che poi mi intriga di più e che mi piace esplorare. Quella dei confini. Dei confini, ad esempio, tra me e Ciccio.

Sono pazzo? Eh. Forse. Ma negli anni, approfondendo il rapporto e la conoscenza con il gatto di casa, mi sono reso conto di alcune cose, che sembrano banali ma poi alla fine tanto banali non sono.
Per esempio. Con Ciccio io riesco a comunicare. Oh dico, ma vi pare una cosa così scontata? Chiaramente non ci facciamo delle grandi chiacchierate su Kant, sugli Ufo, o sulle ultime mutande di American Apparel (peraltro, down with slip a contrasto bianco-colore, up with tinta unita scuretta e polverosetta). Ma la nostra coesistenza è regolata anche dalla comunicazione. Dai suoi miagolii di richiesta di attenzione o cibo, protesta, disappunto, e scoglionamento (si, ebbene si… quando lo caccio dal lettone e lo mando a dormire sul divano, emette un miagolio scocciato che è solo coniato per l’occasione). Dai miei richiami di cui capisce perfettamente il significato (un certo verso equivale a “si, si, ora ti do da mangiare”, un altro a “puoi scordartelo”, per esempio). A voi pare ovvio e scontato. Oh beh, è così, gli animali domestici sono il frutto di una selezione plurimillenaria anche in base alla capacità di comprendere dei semplici comandi etc etc… Ma a me sembra miracoloso. E affascinante. Mi pare miracoloso che due esseri appartenenti a specie diverse, che vedono diversamente il mondo (un gatto non percepisce tutti i colori che percepiamo noi, se non sbaglio, ma ha con gli odori una mappatura del mondo che noi non immaginiamo… per dirne una), riescano poi a trovare un codice per scambiarsi informazioni. Succede con cani e gatti (cavalli, tigri, delfini, elefanti, etc etc… chiaro), ma succede anche con gli uccelli, e lì parliamo di esistenze ancora più distanti dalla nostra. Ricordo due sule dai piedi azzurri che, quando facevo il servizio civile alla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) di Livorno, mi venivano incontro esattamente come un qualsiasi cucciolo di casa per pretendere il pesce che gli davo da mangiare, mentre gabbiani e aironi aspettavano più diffidenti che lasciassimo le voliere per avventarsi sul cibo. O anche una cornacchia (evidentemente abituata ai rapporti con gli umani) che veniva a farsi grattare la capoccetta quasi facendo le fusa. Certo, gli davamo da mangiare noi. Chiaro. Ma in ogni caso, con alcuni di loro (e parliamo di uccelli selvatici, provvisoriamente in riabilitazione per poi essere liberati) si creavano dei canali di comunicazione. Ecco, io già di questo non finisco di stupirmi. Ingenuamente, assai probabile. Ma tant’è. E in tutte queste situazioni, mi chiedevo e chiedo dove sta quel limite che poniamo più o meno arbitrariamente e che ci distingue e separa dagli altri animali. Perché più ho esperienza, e più mi pare che sia soprattutto un discorso di differenza di linguaggio, più che di sostanza. Non sto antropomorfizzando, credo. Al contrario, direi che sto cercando quel territorio comune tra specie diverse. Sto animalizzando l’uomo, diciamo.

C’è poi un secondo aspetto che mi ha sempre colpito, e che non posso dare per scontato. Ovvero: Ciccio è Ciccio, e non  “un gatto” e basta. È un individuo. Felino, non umano. Ok. Ma ha un suo carattere ben preciso, Diverso da tutti gli altri gatti con cui ho avuto a che fare, soprattutto dalla gatta che stava con noi a casa dei miei genitori quando vivevo con loro, ovvero Marta. Questa era più autoritaria, assertiva, possessiva, stizzosa, permalosa (permettetemi questi aggettivi così umani, ma era davvero così). Ricordo per esempio che dormiva sempre ai piedi del mio letto, ma SOLO se rientravo a casa entro l’una e mezza-due di notte. Altrimenti, mi aspettava dietro la porta di casa come semre MA, invece di un miagolio di accoglienza, mi fissava muta ed incazzata per il ritardo (yesssssss, orologi biologici, mi sa), mi voltava acidamente le spalle e andava a dormire in cucina assai delusa. In questo era sorprendentemente puntuale. Non amava essere presa in giro e chiaramente faceva capire molto chiaramente chi le era simpatico e chi no. Capiva perfettamente quando litigavamo ( e si metteva in mezzo) e quando facevamo finta (ci guardava perplessa come a dire “ma siete proprio scemi? credete che IO ci caschi?).
Ciccio invece è molto più tranquillo, non pare serbare rancori o pretendere puntualità notturne, ma casomai sviluppa una notevole impazienza mattutina (ovvero, apri la porta, dammi la colazione, ORA!). Si appiccica a tutti indistintamente, è meno sulle sue, sbavicchia su chiunque, e fa delle fusa spropositate. Adora il contatto fisico e gli piace proprio stare sempre in mezzo. Generalmente è buffo, goffo, un pessimo cacciatore, molto lagnoso e goloso.
Questa cosa che Marta era Marta e Ciccio è Ciccio, mi ha sempre stupito. Perché poi alla fine con questi due gatti ho stabilito un rapporto unico, irripetibile, e mi ha fatto pensare tantissimo.
Si perché anche lì, tu sei uomo, lui (o lei) è felino, ma poi il rapporto che si crea è tra due individui di specie diverse. Normale, ok. Banale? No. Affatto. Nella mia ottica questo mette in discussione tante cose su come noi culturalmente (ma anche “di pancia”) percepiamo gli animali, le persone, chi ci sta vicino. Mi chiedo ad esempio, se io e Ciccio siamo lontani come specie, ma in fondo come individui con tutte le nostre differenze siamo vicinissimi (sicuramente più vicini che io e Renato Brunetta, per dire). Mi chiedo quanto la convivenza abbia formato me e lui, reciprocamente, pur essendo io un ometto e lui un gattone, e se è una questione di individualità, o di dna in comune, o di un mix tra le cose.

In ogni caso, non credo che riuscirò mai ad avere delle risposte, e forse se le avessi non mi piacerebbero. :) Rimane il fatto che:
– a – penso che per gli animali tutti dobbiamo avere un profondo rispetto, proprio in quanto animali (come noi) e non perché simili-all’-uomo.

– b – non so se Ciccio si riterrebbe fortunato ad essere capitato a vivere con me. Ma sicuramente io mi ritengo fortunatissimo ad aver allacciato un rapporto interspecie (si può dire così?) con un Signor Gatto così simpatico e cui voglio profondamente bene.

– c – è importante indagare e amare i confini, come dico sempre, le zone poco definite, le aree sfocate, i coni d’ombra tra le cose. Ci aiutano a relativizzare le differenze, e a trovare dei territori in comune inaspettati ma bellissimi.

Bullismo o Omofobia, chiamatelo come vi pare.

Sono secoli che non scrivo nulla sul blog. Poca voglia, pigrizia, dieta (sì, la dieta…). Poi succede un fatto. Succede che un ragazzo di 15 anni si toglie la vita. Perché? I compagni lo prendono in giro. Perché è gay. Forse. Non si sa. La vicenda è sui giornali, e scatena emozioni forti, tanto forti anche su di me. Mi risale su tutta la mia infanzia e la mia adolescenza. Ricordo le prese in giro subite, ricordo come facevo buon viso a cattivo gioco perché avevo paura anche di prenderle (sempre stato piccoletto, rigà). Ricordo con molta vergogna anche quelle volte in cui io mi univo agli altri per sfottere qualcun altro, era umano non sentirsi sempre l’oggetto dello sfottò, ma non per qusto era meno orribile. Ero stronzetto, mh?
Poi si cresce, per fortuna, e si fanno delle scelte. Si sceglie di essere meno vigliacchi, inizi a renderti conto che se prima non combatti i pregiudizi che ti porti dentro non potrai fare nulla… Insomma, si cambia. Ma certe ferite te le porti sempre dentro, e fatti come questo le riaprono tutto di un botto. Ti manca il fiato, ti assalgono delle immagini e dei ricordi, le guance arrossiscono, il tempo si appiattisce, e il passato è lì.

Mi ricordo una volta, alle elementari, che ci si divise tra maschi e femmine per giocare a una specie di acchiapparella selvaggia, maschi contro femmine appunto. Mi ricordo che ero ben felice di ritrovarmi tra le ragazze a inizio gioco per poi finire nuovamente tra i maschi, in una sorta di capovolgimento della cosa, perché così mi avrebbero comunque accettato tra loro. Ero felice, ma contemporaneamente qualcosa non quadrava. Mi vergognavo. Non capivo bene perché, ma mi vergognavo. Ero omofobo, verso di me? Misogino? Bullo in genere? Non lo so.

Mi ricordo anche quando facendo i tre giorni per il famigerato servizio militare (che non ho fatto, ma ho fatto il servizio civile, thx god) l’ultimo giorno andai a colloquio con un ufficiale che mi fece delle domande. Avevo una maglietta, quel giorno. Una maglietta del concertone del Live Aid (era una luminosa mattina del Giurassico). Mi guardò schifato, chiedendomi perché avevo quella maglietta (che cazzo di domanda, eh). Era omofobo? Era machista? Militare tout court? Bullo? Non lo so, mi sono scordato di chiederglielo.

E ricordo anche due fighetti al liceo (Liceo Classico T.Tasso, la scuola di sinistra a Roma, fucina di cervelli cervelloni cervelletti e radicalissime chiccherie, me compreso), che facevano due o tre battute (“battutine” rende meglio) a me e un mio amico, a ricreazione, sfottevano e poi via, non è che gli dessimo nemmeno tanta soddisfazione, in fondo. Eravamo troppo abituati a non reagire, non credo ci provassero gusto. Mi ricordo anche che uno dei due era bellissimo. Un ricciolone biondo, bello e atletico, naso aquilino e scucchia di ordinanza. Io, alto dodici centimetri, cicciotto, e col capello insensatamente riccio-crespo. Senza fiato. Stesso pianeta mondi diversi. Che era? Bullo, omofobo, tutte e due le cose? Erano solo battutine innocenti (non prendertela, cazzo, no? è una battuta), o erano il sintomo del razzismo che nessuno ammette di provare (tranne qualche stronzo che ne va fiero, certo)? Vorrei chiederlo a lui, ma credo di non sapere manco come si chiamasse.

Ne ho tanti di ricordi così. Ne ho anche di peggiori. Non ha importanza, mi dico. Sono cresciuto, ho superato certe cose. La gente così ora mi fa quasi pena. Mi dico. Mi racconto.
Poi un ragazzo muore. Si toglie la vita non si sa bene perché. E io (io, anaffettivo, un po’stronzetto, decisamente preoccupato più che altro da come mi cadono adesso i pantaloni, ora che ho ritrovato-la-linea), io dicevo, mi sento tutto che risale su. Mi viene un colpo. Una emozione forte. Leggo della vicenda on line. Leggo i commenti. Mi sale una rabbia infinita, insieme a un dolore che è vecchio ma anche nuovo. Qualcuno si mette a cercare di capire se era omofobia, o bullismo. Fa davvero tanta differenza? La fa veramente? Si tratta sempre di una forma di violenza, di sopraffazione, di pregiudizio. Punto. Iniziamo a combatterla. A combatterla per quello che è, razzismo, paura del diverso, paura di stare da soli, e lottiamo contro ogni forma di pregiudizio a partire da quelli che ci portiamo appresso.

Ora pare che in realtà il ragazzo che si è tolto la vita non vivesse in un contesto omofobo, non fosse bullizzato. Negano i professori e i compagni. Spero sia così. Lo spero tanto (anche se sinceramente non credo proprio quasi più in nulla, ormai). Ma la vicenda comunque porta a galla un sacco di pensieri, e rimane un assunto fondamentale. Che violenza, bullismo, razzismo, omo e transfobia, intolleranza, odio verso i nomadi, disprezzo per i portatori di handicap, antisemitismo, misoginia, discriminazioni in base al genere, al censo, allo status sociale, alla religione o alla non-religiosità, all’orientamento sessuale, alle idee e agli orientamenti politici, alla forza o alla debolezza…insomma, tutto questo insieme di roba qua dai mille nomi ma che ha una sola unica sostanza, va COMBATTUTO. A partire da quella che ci portiamo dentro, se riusciamo a leggerci dentro un pochino.

People & Food Project. #2 Sara ovvero Crema di Mascarpone, Latte di Mandorle e Fragole.

Avete presente il colpo di fulmine? Ecco. Così è stato tra me e Sara. Ma non un banale coup de foudre; no, è stato un colpo di fulmine prodotto da una catena di colpi di fulmine. Colpi di fulmine amicali, ma non per questo meno forti di quegli innamoramenti che poi magari non riusciamo a gestire perché troppo violenti e ci lasciano consumati e quasi delusi, alla fine.. Invece qui parliamo di una amicizia nata su facebook, cresciuta a suon di battute, alimentata da interessi comuni, solleticata da curiosità e incrementata e resa reale da visite a Torino (mie) e a Roma (di Sara, ma sempre troppo poche, e lei lo sa!!!).

Sara, o Saretta, è  piccola, minuta, non si impone per stazza o prestanza fisica (ma va detto, si circonda sempre di omoni niente male… tutti rigorosamente gay! O quasi). Ma è una persona di cui percepisci subito la forza nonostante le apparenze.

Sara ha una storia complicata dietro. Dico dietro, pur pensando che non è vero che il passato è alle nostre spalle, e senza passato non ci sarebbe il presente… Ma un’altra cosa che Saretta ha, è che, pur con un vissuto che bussa sempre alla sua porta (rompendole parecchio i maroni peraltro), lei pensa al futuro e fa progetti. Insomma, questa piccina qui se non si fosse capito è di acciaio inossidabile (nonostante i raffreddori e i febbroni continui, neh). Ma ha anche una dolcezza innegabile, e un sense of humor che in parte vivo come vicino al mio. Quindi come potevo resistere, mentre leggevo i suoi post sul profilo del nostro amico comune Cesare, (la nostra “AMIGAH”) e rispondevo, dentro di me già pensavo “Ma chi è ora ‘sta tipetta tutto pepe?”. Avevo davanti una icona gaya e non lo sapevo ancora. Solo lei sa salutare con la mano a cucchiarella stile Regina Elisabetta Seconda con regale eleganza, magari da un carro del Pride. Un po’ teatrale? Il teatro è una delle passioni di Sara. Non sarà quindi un caso…

Sara ha anche una altra innegabile, importantissima qualità. Cucina benissimo. :) E cosa molto molto importante, della sua passione ha fatto anche il suo lavoro. Cucina cucina cucina. Prova, esperimenta, spignatta, per se, per gli altri, per il suo amore di Lemming, sa cosa vuo, dire la fatica in cucina ma non per questo la sua passione viene meno.
A questa Iron Lady spiritosa e acuta ho dedicato ed accostato un dolcetto molto molto semplice. Non si tratta altro che di una cremina di mascarpone. Come Sara piccola e semplice, ma come lei riserva delle sorprese.

Intanto la crema in questione unisce il Nord ed il Sud Italia (come Sara che è nata al nord, ma…). Perché è a base, sì, di Mascarpone. Evabbè. Ma a questo va aggiunto un componente delizioso, ovvero la Pasta di Mandorle, e per la precisione quella pronta in panetti per fare il latte di mandorle, o Orzata, quella delizia siciliana un po’ retro (direbbe Fiammetta Fadda), che fa Vintage… :)
Sciogliete la Pasta di Mandorle in un pochino di latte, e poi frullate il tutto. Dopodiché aggiungete rapidamente e delicatamente il mascarpone, aggiungete un pochino di essenza di fiori di arancia (credetemi, è fondamentale), zucchero a velo e un po’ di panna (poca). E infine, per tutta sta roba (tipo 500gr di mascarpone, 100gr di pasta di mandorle, 80 di zucchero e un pochino di panna, a occhio e croce), se avete paura che il tutto possa risultare troppo liquido, aggiungete un foglio di gelatina (che farete prima inumidire in acqua fredda, e poi sciogliere in un po’ di latte caldo). Tutto si terrà perfettamente.
Mescolati gli ingredienti, versateli in coppette individuali, e lasciateli raffreddare per almeno tre – quattro ore in frigorifero. Serviteli insieme a delle fragole tagliate a fettine spesse. Potete anche sostituire le fragole con qualcosa di più esotico, come del mango, o del frutto della passione, altrimenti con dei biscotti fatti in casa. Il risultato è sempre ottimo.

People & Food Project. #1 Antonio e i Biscotti all’Avena.

Antonio Ranesi detto b.i.c.

Colazione con Biscotti di Avena e Mirtillo Rosso

Molte volte mi sono chiesto per quale ragione il cibo ha tanto peso nella mia vita. E mi sono dato tante risposte, tutte diverse, alcune anche incompatibili tra loro. Ci sono risvolti psicologici così banali da farmi pensare che siano assolutamente veri (non esiste cosa più reale dei luoghi comuni, no?). La storia familiare, costellata di persone golose e dedite alla cucina. Mio nonno materno, vera leggenda del pesto fatto in casa ( e del tormento mattutino, lui, il suo martello, i pinoli sul davanzale della finestra, mia madre che all’alba impazziva). Mia zia Nicoletta, che come dice sempre, ha imparato sposandosi, che prima non sapeva manco cuocere un uovo, e che mi ha insegnato, forse senza saperlo, il rispetto assoluto per chi in cucina prepara tagliatelle per dieci persone, sugo ai finferli compreso, cacciagione compresa, mele al forno con ribes compreso, dolce compreso, e caffè.. no il caffè lo fai TU. E tanti altri.
Forse un po’ di pura gola? Bulimia con a volte venature gourmand?
Forse sono ancora in fase orale? Che ne pensa la Sora Freud?

Rimane il fatto che per me il rapporto con il cibo ha un risvolto fondamentale. La convivialità. Il condividere il cibo con altre persone. E non è un caso che io ami, delle case che visito, le cucine, come luogo di chiacchiera eterna. Non è un caso che la mia cucina sia il microcuore della mia microcasa. E che ci si ritrova spesso a improvvisare cene anche in dieci persone lì dove, tra gente normale, ne entrerebbero quattro, al limite quattro-più-chihuahua.

Allora mi sono messo a pensare (uh!!). Ma non sarebbe carino fare non solo le foto ai piatti che (con alterne fortune) riescono meglio, ma anche alle persone che poi li mangiano, questi piatti? Forse racconterebbe qualche cosa di più interessante che solo una ricetta. Che tanto poi, si è capito, qui non è mai “solo una ricetta”, il cibo è sempre qualcosa di più.

Allora inizio oggi. Inizio con Antonio. Antonio è “il mio amico fotografo”, il primo responsabile (suona meglio che “colpevole”, no?) di questo blog. La macchina fotografica che uso è una sua vecchia nikon D70. Me la ha venduta lui. Un po’ di rudimenti della fotografia con la reflex ha cercato di insegnarmeli lui (ma io non ho imparato). Condividiamo da anni un piccolo studio dove lui scatta fotografie, mugugna su internet e fuma sigarette, mentre io e altre persone cerchiamo di fare i “grafici”. Ha i capelli più assurdi che io conosca, per la capacità di prendere qualsiasi forma per, però, non più di tre minuti. Poi tornano ad essere dritti, biondi, e inesorabilmente da pazzo. Il suo rapporto col cibo lo defiinirei, fondamentalmente, “puntuale”. Nel senso che quando ha fame, crollasse il mondo, deve mangiare.
Facciamo anche dei progetti insieme. Ci piace poi sfilacciarli all’infinito, persi nelle pieghe delle nostre nevrosi, dei nostri “oggi non posso oggi non mi va”. Ma prima o poi, li porteremo a termine. Lo so.

Ad Antonio, ma solo per casualità, si abbinano in sorte questi biscotti all’avena. Tutto perché li ho fatti ieri notte, e oggi li ho portati a studio (sì, io qui dico “a studio”… so che ci sono molte querelles su questo presunto errore…). Avevo nello stesso istante i miei due soggetti. Quindi, iniziamo. MA va detto che il cibo, il piatto che collego IMMEDIATAMENTE ad Antonio, e che un po’gli assomiglia, è un altro. È una bruschetta fantastica, una sua ricetta a base di pane abbrustolito, aglio, feta e paprika. Davvero, è lui. Sapori semplici e intensi, equilibrati, sembrano poveri ma in realtà sono un equilibrio esotico che non avete idea. Ma vabbè. Torniamo ai biscotti.

Sono molto semplici da preparare. La base mi viene, tanto per cambiare, da Siegrid Verbert e il suo cavoletto di bruxelles.
Accendete il forno a 180°. Mescolate insieme 170gr di burro fuso, un uovo, 100gr di zucchero semolato e 85gr di zucchero di canna. Aggiungete 165gr di farina setacciata, una presa di sale, mezzo cucchiaino di lievito per dolci, e 150gr di fiocchi di avena. Nel frattempo ho fatto rinvenire nel latte un po’ di mirtilli rossi essiccati. Li aggiungo alla fine all’impasto, mescolando bene. Lo lavoro con le mani fino a farne una specie di cilindro (non sarà facile, l’impasto tende ad essere mlto molto morbido e appiccicoso, magari un pochino di farina in più vi aiuterà), e lo faccio riposare in frigo per un quarto d’ora, più o meno.
Preparo una teglia piatta con carta da forno. Tiro fuori dal frigorifero l’impasto, e inizio a stenderne delle cucchiaiate sulla teglia, cercando di fare in modo che siano un pochino regolari. Lasciate abbastanza spazio tra un biscotto e l’altroperché tendono in cottura a allargarsi e gonfiarsi un po’. Infornate per 10-15 minuti. STATE MOLTO ATTENTI. Perché in un attimo i biscotti si bruciano e c.i.a.o. non sono più roba commestibile ma un monumento al rimpianto. Sfornateli, fateli freddare (appena caldi sono ancora troppo morbidi) e… e bon appetit.

Self Picts

Oggi, così.