Biancomangiare, o della mitezza.

Biancomangiare2 Biancomangiare1 Biancomangiare3_smallPremessa: la ricetta è in fondo, ma leggetevelo tutto il post, se je la fate. :)

Questo post nasce da un episodio assai sgradevole, che mi è capitato poco tempo fa (una settimanella, o giù di lì). Ma è anche una prova di come:
a- ce la facciamo pigliare bene
b- il cibo è come un diario, si fa scrivere e racconta un sacco di cose
c- non sempre il cibo ha funzione consolatoria, a volte è anche salvifico, nonché strumento per riflessioni profonde.

Partiamo dall’aneddoto.
Ero al MAXXI la settimana scorsa. Si inaugurava l’opera vincitrice dello YAP contest. Serata aperta a tutti, sul piazzale, con un amico che suonava (inciso: un dj set bellissimo). Molta gente, molta fila per la birra, situazione rilassata e danzereccia, un po’ di salotto e un po’ di cortile. Io ero lì, con molti amici a bere e ballare. Nei miei bermudini con scarpe docMartens, una maglietta bianca e blu, il mio barbone brizzolato, la mia panza da commendatore, e gli occhiali da nerd. Insomma, io.
A metà serata arriva una tipa. Biondastra. Capello corto. Abbronzata. Camicetta bianca maschile, pantaloni bassi in vita e larghi in fondo blu navy (o forse neri?), scarpe con piccola zeppa, alluce smaltato di rosso scuro come la vistosa collana di corallo che portava sotto la camicia. E mi fa, indicando una sua amica: “Scusa, posso fare una foto con te? Sei troppo assurdo”. Ok, capita. Ci rido su, e dico ok, dai. Mi fa ridere sta cosa. Lei continua: “No perchè voglio dire, ma voi gay, di che vi fate? (voi gay??) Cioè, guardati, guardatevi. sei mostruoso. Con questa maglietta, con questi pantaloni che non c’entrano nulla.”
Nel frattempo la sua amica nicchia, evidentemente imbarazzata per lei. Io le dico “Guarda, forse stai un po’ superando il limite”. Lei: “Vabbè ti prendo per il culo, ma dico, cioè, guardati?” “Io: “Ok, ciao” “Ma no, cioè, scusa, non volevo offenderti (ah no?) io faccio così con i miei amici” “Tesoro, ma noi non siamo amici, e non lo saremo mai, ovviamente” “Oddio, ma ti sei offeso? Ma scusa, cioè…” “Senti -le dico- io sono stato molto carino con te. Tu sei stata una gran cafona con me, senza ragione alcuna, e prima che io diventi a mia volta poco carino con te, ti prego di sparire, sto ballando e inizi a darmi fastidio”. Punto. Stop.
E effettivamente è sparita. Dopo un minuto un mio amico, molto carino, molto diverso da me, mi racconta di aver subito dalla nostra stalker un trattamento analogo in un altro momento. E ci è rimasto male, mi dice.
Lì mi sono incuriosito. Ma come, IO, che sono un tipo decisamente molto fuori dai canoni estetici correnti (rigà, so’basso, grasso, e manco un ragazzino), non ci rimango male nonostante sia parecchio sensibile su ‘ste cose, e TU, che sei un bel tipetto, sexy, sveglio, e molto meno “problematico” di me, ci rimani male? E sono partite le riflessioni.
La prima, la più ovvia, è: ma questa, che bassa autostima deve avere, per avere bisogno di andare in giro a insultare random la gente? Perché è ovvio che puntando me, e poi il mio amico, a casaccio, senza nessun tipo di provocazione o contatto, senza alcuna ragione, era tutto un problema della tipa. Forse (ma ne parlo dopo) c’era anche un po’ di omofobìa. Vabbè.
La seconda, altrettanto ovvia, è che possiamo essere fighi o soggetti quanto ci pare, restiamo sempre, da qualche parte, ipersensibili anche a una cosa così cretina. Essere attaccati così, in maniera gratuita e sgradevole, peraltro in una situazione in cui pensi di poterti rilassare, stai con gli amici, in un contesto che tutto sommato era ipergradevole… la guardia è abbassata e… zac. E mo’ questa? Da dove spunta fuori? E siamo colpiti (ma, bella, non affondati, eh).
Piccolo inciso sull’omofobia. L’attacco forse generico ai “gay” veniva da una persona che non avrei esitato a definire come omosessuale. So che non dovrei generalizzare o etichettare, e quindi la considerazione rimane solo a livello di inciso, appunto. Ma mi è sembrato, a pelle, il tipico caso di omosessuale che attacca altri omosessuali (il fatto che fosse una donna non credo cambi molto la sostanza).

Next step: lo racconto a un po’ di amci, in ordine sparso. L’episodio mi aveva colpito, non tanto su un piano personale (e ancora mi meraviglio di questo), quanto per la sua assurdità, la maleducazione gratuita, l’assoluta stupidità.
Le reazioni andavano da “ma chi cazzo era ‘sta poraccia” a “je dovevi buttà il drink in faccia” a “ma due schiaffi no??”. In ogni caso, il commento generale era che non le avevo detto quello che avrei dovuto e fatto quello che avrei potuto.
E lì, sono partite altre mie riflessioni. Riflessioni fondamentalmente su di me. Sul fatto che alla fine una cosa che ho sempre rivendicato del mio carattere è sempre stata la mia tendenza a essere accomodante (a volte, troppo), diplomatico (a volte, troppo), poco assertivo (a volte troppo), magari passivo aggressivo (troppo). Ecco, se dovessi usare una parola sola, direi “mite”. Forse un po’ a sproposito. Che in realtà proprio mite forse non sono, ho anche io i miei momenti di rabbia, non è che sono sempre lì fermo a fare da punching ball. Ma, ecco, in generale, penso sempre che in casi come questi, a che serviva “darle una lezione”? Intanto, vabbè, da che pulpito (sì, sì, qui forse se poteva fa’, ma…). Ma soprattutto, per insegnare cosa, a questa tipa? Che vince chi è più forte? Chi fa la battuta più acida, o chi ti tira addosso più birra?
L’unica cosa che lucidamente ho pensato in quel momento è stato: “vabbè, tu stai messa male, ma non sono io a doverti fare stare meglio, stando al tuo gioco”. Non era indifferenza, perché a un certo punto ho anche provato un filo di empatia per lei, perché anche io, molti molti anni fa, sono stato cafone e stronzo nello stesso modo. E ancora mi ricordo di quell’episodio, e me ne ricordo con un imbarazzo assurdo, per me stesso. E penso che allora sì, ero debole. E stavo messo molto peggio di come sto adesso.

Non è stato porgere l’altra guancia, ma sicuramente ho reagito con una certa mitezza.
E questa mitezza mi ha ricordato di un dolce. Un dolce di cui avevo letto molto, e che avevo assaggiato secoli fa. Un dolce siciliano (ancora? Ok, sì, ancora), che è già nel suo nome l’epitome della mitezza. Il Biancomangiare.
Piccola digressione storica: il biancomangiare non è un dolce, sono tanti dolci. E a volte, neanche dolci. In origine erano preparazioni “bianche”, appunto, a base di farina, mandorle, zucchero, latte, ma anche pollo o pesce. Dolci o salate. Erano comunque sempre piatti delicatissimi nel sapore, e di un colore bianco uniforme ed omogeneo, che li rendevano da subito un unicum nelle cucine medioevali. Spesso riservati a cucine nobili, o comunque a mense ricche.
Le sue origini mescolano cucina araba e francese. Lo ritroviamo in Francia, nella cucina sarda, nella cucina catalana, in Valle D’Aosta, in Turchia e nel mondo arabo, in Danimarca e in Germania. Blanc Manger. Papai-Biancu. Menjar Blanc. Tavuk göğsü. Tanti nomi tante ricette. Ma un comun denominatore. Quel bianco rotondo, pannoso, mite, appunto. Monocromo ma non piatto. Che morbidamente vince.
Ecco allora l’esperimento, molto ben riuscito, e la ricetta, del Biancomangiare sicilano. Un po’ laborioso ma non difficile.
Servono 400gr di mandorle, che triterete finemente col robot da cucina. Mettetele a bagno, una volta ridotte in polvere, in un litro di acqua, con anche la scorza grattugiata di un limone, per una notte.
Il giorno dopo, dovrete “mungere” le mandorle tritate. Ovvero, passatele, strizzandole per bene (un po’ di forza, su) in uno straccio a maglie molto fini. Il liquido che otterrete, bianco.perlaceo e semitrasparente, è il famoso latte di mandorle. Non lo avete comprato in panetti, lo avete fatto voi! :)
In una pentola mettete il latte di mandorle, unitevi 200 gr di zucchero, 120 gr di frumina setacciata (ovvero, amido di frumento), mescolate, aggiungetevi 250 ml di panna. Mettete la pentola su un fuoco dolce, e mescolate pazientemente. Quando il tutto inizierà ad addensarsi, versatelo in uno stampo da budini (o in più stampi monoporzione), e fatelo raffreddare. Una volta freddo, mettetelo a riposare in frigo per almeno 4-5 ore. Una volta pronto, sformatelo e… et voilà.
AMOR VINCIT OMNIA.

(anche questa ricetta viene da qui: La Cucina Siciliana (Guido Tommasi Editore). Libro affidabile e prezioso, direi)

I diritti cosmetici.

sephoracard

Diritti cosmetici?
Come sempre, sono frettoloso e superficiale. Intanto pensavo a una specie di Xtreme Makeover garantito.
E no, si parla di roba seria, di diritti. Su alcuni post di cattolici oscuri e oscurantisti, leggo come i diritti cosmetici siano tirati in ballo solo per rafforzare la tesi che Lunicafamigliaèquellanaturaleevoisietedegliarrogantipervertiti. Ho dovuto combattere un attacco di orticaria perché leggere queste boiate mi scatena le istamine. Ma poi, mi sono detto, ma che vuol dire? E sono andato a leggiucchiare meglio in rete.
La questione è più complessa in realtà. Il termine diritti cosmetici viene usato criticamente (e senza essere legato a una parte politica piuttosto che a un’altra) per indicare quei diritti che vengono “erogati” a costo zero, distraendo da altri ben più impegnativi per un Governo. Un po’ come il Pink Washing (sapete cos’è? spero di sì, comunque potete dare uno sguardo qui).
Intanto è drammatico vedere come una richiesta sacrosanta (perché è una richiesta più che giusta, in una società che non distingue in cittadini di serie A e cittadini di serie B, egualitaria e paritaria) venga usata per una specie di compravendita. Esempio grossolano: io ti concedo il diritto di sposarti con chi vuoi, tanto non mi costa nulla, ma tu poi appoggi, o comunque non contrasti, le mie politiche sull’immigrazione. Ma ok, la politica, il lobbismo sono anche questo, giusto? (anche se la comunità LGBT italiana è talmente frammentata, divisa, spezzettata, che il potere di lobby che ha è paragonabile all’apporto di Scilipoti alla Fisica dell’Atomo).
Peggio è però vedere come di questa posizione critica se ne approprino le avanguardie cattoliche più intolleranti (e deliranti), trovando così una ragione in più per ostacolare ogni possibile avanzamento civile sulla strada dei diritti. Sempre esemplificando grossolanamente, oltre al fatto che “voi siete contronatura (ed è già tanto che non facciamo come in Uganda), che noi riconosciamo solo i nostri valori su famiglia, matrimonio etc, oltre a questo, dicevamo, davvero ‘sti diritti non servono a nulla, ci sono cose più importanti cui pensare, sono solo capricci da bimbi viziati (e viziosi), pretese assurde”.
Le richieste di una intera comunità di persone, che si sentono escluse da una parte della vita di uno Stato laico, senza nessuna ragione reale (le motivazioni di carattere religioso competono, appunto, la religione, e nessuno le discute, ma LÌ devono restare), non sono merce di scambio. Non sono contrattabili, e non si può scendere a compromessi. E non esistono diritti cosmetici. Esiste casomai un uso strumentale dei diritti, ma i diritti in sé non si mettono in discussione. O un diritto c’è, o non c’è. Spero solo che noi per primi ce lo metteremo bene in testa.

 

E, davvero, ancora non mi è chiaro.

La famiglia, la famiglia...

No, ribadisco. Non ho ancora capito come il matrimonio (civile, non religioso, sia ben chiaro, che sulla religione non metto bocca) tra persone dello stesso sesso possa “distruggere” la famiglia tradizionale.
Sempre che esista una famiglia tradizionale.

Disegnare di notte.

Disegnando, di notte.

La notte, per chi disegna (e non solo), è un momento magico. Zero distrazioni, se non quella meravigliosa e continua del tuo cervello che vaga. Si concentra, poi fa un giretto, curiosa qui e là, poi una sigaretta, poi torni al foglio di carta che non è più bianco, lo riguardi, e viene un’altra idea. Non hai fretta, tanto lo sai già che farai le tre, le quattro del mattino, a disegnare. In quella ovatta di velluto nero che è una notte calma, senza incubi o forzature (la notte può anche essere terribile, eh), ti crogioli in un misto di dolcezza e di eccitazione, ma è l’eccitazione del creare. Magari i risultati, visti il giorno dopo, non sono proprio quelli che credevi (ma, a onor del vero, le mie creazioni notturne mi hanno quasi sempre soddisfatto). E intanto riprendi contatto con quella parte di te che di giorno è sommersa di infinite cazzate, di consegne, di doveri, di chiacchiere, anche di cose belle ma diverse. Disegnare di notte e disegnare di giorno. Due cose totalmente diverse, per me.

Disegnando di notte, si mescolano fantasie erotiche e desideri infantili.

Firecrotch

Daydreaming

A volte quando disegno in realtà sto sognando ad occhi aperti. Ieri ad esempio ho sognato di essere visitato da uno spirito. Lo spirito dello zenzero. Sia nel senso della radice piccante e fresca, che amo in ogni sua forma (dallo zenzero fresco nelle preparazioni più esotiche, ma anche nelle polpette di casa, ve lo consiglio, allo zenzero candito o in polvere), sia nel senso dell’omino dal pelo e dalla barba rossa che ogni tanto (molto spesso in realtà) che spero sogno desidero incontrare per un tête-à-tête erotico.

EHM.

Dicevo. Sogno. Ad occhi aperti e con la matita in mano.
Purtroppo, disegno sempre troppo poco. Mi riprometto, come uno dei buoni propositi per il 2014, di sognare e di-segnare molto, molto di più.

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