Pane e companatico.

Tutto sommato, è bello ricordarci che mettere le mani in pasta non significa solo fare politica e mazzette, ma anche tirare fuori una pagnotta. Vera. Di pane vero. E buono, anche. E in un momento critico come questo, in cui ti rendi conto che forse i Maya in realtà ci hanno azzeccato su tutta la linea (data a parte), fare il pane in casa ha un potere taumaturgico.
Servono solo farina (ma vera, però, macinata a pietra), lievito (non ho ancora provato a fare la pasta madre, ma intanto il lievito secco da pasta madre lo ho trovato e funziona benissimo), acqua, sale. E tempo, calore, e un po’ di olio (di gomito sicuramente). Poi il resto è tutto nelle misure e negli aggiustamenti, prima pesi gli ingredienti secondo la ricetta, poi però sta alla tua sensibilità aggiustare il tiro rispetto alle mille variabili possibili. Piano piano capisci che quella cosa che stai impastando è una cosa viva. Cresce, si gonfia, lavora. Più acqua, un pizzico di zucchero, un po’ di olio oppure no. Pieghi delicatamente. Impasti con forza. Incorpori altra farina piano piano. Dei semi, o degli odori, magari. Forse delle uova, o delle cipolle. Tieni a lievitare, rimpasti, e alla fine cuoci, nel forno caldissimo. Quello che esce è PANE. Pane, una cosa che sa di radici, di storia dell’umanità, di bibbia, porta il sapore di cucine dove non esisteva la luce elettrica, di quello che mi mangiavo, di nascosto, da bambino (perché non ero grasso ma già a dieta…), gustandomelo piano piano. Sa di odori che emanano dal forno e rendono improvvisamente accogliente anche un tugurio.
Metaforicamente, viviamo in una Italia-tugurio. Dove si palesa forme solo ora in forma compiuta e perfetta quello che è stato lo stallo politico di… non so, venti anni? In cui prima era difficile governare, ora anche solo pensare a un possibile governo. Nel frattempo tutto si sbriciola. Cosa c’è di meglio che mettersi a fare il pane? E così ritrovare anche se solo per qualche ora il senso di quello che un senso, alla fine, per davvero, ce l’ha.

PS E questa volta non ho solo fatto il pane, ma anche il formaggio.  O meglio il Labné. Non ci vuole veramente nulla! :) Si prodice questa sorta di formaggio cremoso facendo sgocciolare per qualche ora dello yogurt intero. Tutto qui!

pane2pane-+-labnèpane-+-labnè2Pane

4 thoughts on “Pane e companatico.

  1. Sai, il solito commento de “il lavoro nobilita l’uomo” che tanto ci pare stupido ultimamente.

    Fare il pane è una delle metafore che piú fa meditare sulla situazione sociale e culturale del nostro Paese. Non dico economica e lavorativa, perchè economia e lavoro dipendono dalla società e dalla cultura.

    Quando domani gli altri Stati usciranno dalla crisi, da noi mancherá ancora la filosofia del fare il pane. Avremo il pane del discount di cui lamentarci.

    Ci rivuole quello, l’impegno di fare qualcosa che appare semplice e scontato, ma che sta alla base dell’umanitá.

    • Già. Ma l’italiaminuscola è piena di umanità sempre più priva di umanità.
      Presuntuosamente, credo di essere abbastanza colto, intelligente, acuto etcetera. Bla bla bla. Le uniche cose che veramente ormai mi danno soddisfazione, sono fare in casa il pane, cucire l’orlo ai pantaloni, e attaccare due mensole. Oltre, ovviamente, a insultare a cadenza mensile Formigoni su Twitter. Ma quella è un’altra storia.

  2. Pingback: art, food, and other gay things.

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