Ciccio.

ciccio

Ciccio. Ovvero Puck detto Ciccio.
Sto scrivendo del gatto a pelo rosso con cui divido l’esistenza da ormai tredici anni e più. In verità, avevo scritto “il mio gatto”. MA (come sa chiunque divida casa con un gatto), non è il “mio” gatto. Casomai, io sono il “suo” umano. Ma in fin dei conti non credo che a Ciccio importi molto il possesso di un bipede, mi pare molto più interessato a ribadire la sua proprietà esclusiva su altro, come le buste e le scatole di scarpe, il divano, il rubinetto della cucina, e i dieci metri intorno alla lettiera.

Comunque. Siccome tredici anni sono tanti, siccome alla fine è una convivenza importante, siccome un legame con questa creatura pelosa e roscia c’è, mi sembra doveroso scriverne almeno un po’. O almeno un post.

Iniziamo intanto con il chiarirci su alcune cose. Sono forse io come tanti e tante che riversano il loro desiderio di amore insoddisfatto nel rapporto con un animale? Forse. Sono forse uno che antropomorfizza i comportamenti del succitato felino in barba a ogni studio di etologia? Forse. Sono uno di quei deficienti che davanti al micio inizia una serie di versetti grugniti mugugni che nemmeno di fronte a un neonato? Si. Lo sono.

Ma ci sono delle cose da dire. Chi ha il privilegio di dividere un pezzo di esistenza con un animale credo mi possa capire. A parte le stucchevolezze classiche, le moine e le proiezioni di noi uomini su cani gatti e company, con questi esseri si stabilisce un rapporto speciale e profondissimo. Ne sono convinto. Non sono un grande esperto dei legami uomini-animali, ho letto qualche libro che credo sia straclassico, come L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, o La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell e poco altro, e sicuramente esisteranno meccanismi psicologici che a me sfuggono e che spiegheranno tutto seccamente ed efficacemente. Ma rimane sempre e comunque un’area più scura e misteriosa, quella che poi mi intriga di più e che mi piace esplorare. Quella dei confini. Dei confini, ad esempio, tra me e Ciccio.

Sono pazzo? Eh. Forse. Ma negli anni, approfondendo il rapporto e la conoscenza con il gatto di casa, mi sono reso conto di alcune cose, che sembrano banali ma poi alla fine tanto banali non sono.
Per esempio. Con Ciccio io riesco a comunicare. Oh dico, ma vi pare una cosa così scontata? Chiaramente non ci facciamo delle grandi chiacchierate su Kant, sugli Ufo, o sulle ultime mutande di American Apparel (peraltro, down with slip a contrasto bianco-colore, up with tinta unita scuretta e polverosetta). Ma la nostra coesistenza è regolata anche dalla comunicazione. Dai suoi miagolii di richiesta di attenzione o cibo, protesta, disappunto, e scoglionamento (si, ebbene si… quando lo caccio dal lettone e lo mando a dormire sul divano, emette un miagolio scocciato che è solo coniato per l’occasione). Dai miei richiami di cui capisce perfettamente il significato (un certo verso equivale a “si, si, ora ti do da mangiare”, un altro a “puoi scordartelo”, per esempio). A voi pare ovvio e scontato. Oh beh, è così, gli animali domestici sono il frutto di una selezione plurimillenaria anche in base alla capacità di comprendere dei semplici comandi etc etc… Ma a me sembra miracoloso. E affascinante. Mi pare miracoloso che due esseri appartenenti a specie diverse, che vedono diversamente il mondo (un gatto non percepisce tutti i colori che percepiamo noi, se non sbaglio, ma ha con gli odori una mappatura del mondo che noi non immaginiamo… per dirne una), riescano poi a trovare un codice per scambiarsi informazioni. Succede con cani e gatti (cavalli, tigri, delfini, elefanti, etc etc… chiaro), ma succede anche con gli uccelli, e lì parliamo di esistenze ancora più distanti dalla nostra. Ricordo due sule dai piedi azzurri che, quando facevo il servizio civile alla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) di Livorno, mi venivano incontro esattamente come un qualsiasi cucciolo di casa per pretendere il pesce che gli davo da mangiare, mentre gabbiani e aironi aspettavano più diffidenti che lasciassimo le voliere per avventarsi sul cibo. O anche una cornacchia (evidentemente abituata ai rapporti con gli umani) che veniva a farsi grattare la capoccetta quasi facendo le fusa. Certo, gli davamo da mangiare noi. Chiaro. Ma in ogni caso, con alcuni di loro (e parliamo di uccelli selvatici, provvisoriamente in riabilitazione per poi essere liberati) si creavano dei canali di comunicazione. Ecco, io già di questo non finisco di stupirmi. Ingenuamente, assai probabile. Ma tant’è. E in tutte queste situazioni, mi chiedevo e chiedo dove sta quel limite che poniamo più o meno arbitrariamente e che ci distingue e separa dagli altri animali. Perché più ho esperienza, e più mi pare che sia soprattutto un discorso di differenza di linguaggio, più che di sostanza. Non sto antropomorfizzando, credo. Al contrario, direi che sto cercando quel territorio comune tra specie diverse. Sto animalizzando l’uomo, diciamo.

C’è poi un secondo aspetto che mi ha sempre colpito, e che non posso dare per scontato. Ovvero: Ciccio è Ciccio, e non  “un gatto” e basta. È un individuo. Felino, non umano. Ok. Ma ha un suo carattere ben preciso, Diverso da tutti gli altri gatti con cui ho avuto a che fare, soprattutto dalla gatta che stava con noi a casa dei miei genitori quando vivevo con loro, ovvero Marta. Questa era più autoritaria, assertiva, possessiva, stizzosa, permalosa (permettetemi questi aggettivi così umani, ma era davvero così). Ricordo per esempio che dormiva sempre ai piedi del mio letto, ma SOLO se rientravo a casa entro l’una e mezza-due di notte. Altrimenti, mi aspettava dietro la porta di casa come semre MA, invece di un miagolio di accoglienza, mi fissava muta ed incazzata per il ritardo (yesssssss, orologi biologici, mi sa), mi voltava acidamente le spalle e andava a dormire in cucina assai delusa. In questo era sorprendentemente puntuale. Non amava essere presa in giro e chiaramente faceva capire molto chiaramente chi le era simpatico e chi no. Capiva perfettamente quando litigavamo ( e si metteva in mezzo) e quando facevamo finta (ci guardava perplessa come a dire “ma siete proprio scemi? credete che IO ci caschi?).
Ciccio invece è molto più tranquillo, non pare serbare rancori o pretendere puntualità notturne, ma casomai sviluppa una notevole impazienza mattutina (ovvero, apri la porta, dammi la colazione, ORA!). Si appiccica a tutti indistintamente, è meno sulle sue, sbavicchia su chiunque, e fa delle fusa spropositate. Adora il contatto fisico e gli piace proprio stare sempre in mezzo. Generalmente è buffo, goffo, un pessimo cacciatore, molto lagnoso e goloso.
Questa cosa che Marta era Marta e Ciccio è Ciccio, mi ha sempre stupito. Perché poi alla fine con questi due gatti ho stabilito un rapporto unico, irripetibile, e mi ha fatto pensare tantissimo.
Si perché anche lì, tu sei uomo, lui (o lei) è felino, ma poi il rapporto che si crea è tra due individui di specie diverse. Normale, ok. Banale? No. Affatto. Nella mia ottica questo mette in discussione tante cose su come noi culturalmente (ma anche “di pancia”) percepiamo gli animali, le persone, chi ci sta vicino. Mi chiedo ad esempio, se io e Ciccio siamo lontani come specie, ma in fondo come individui con tutte le nostre differenze siamo vicinissimi (sicuramente più vicini che io e Renato Brunetta, per dire). Mi chiedo quanto la convivenza abbia formato me e lui, reciprocamente, pur essendo io un ometto e lui un gattone, e se è una questione di individualità, o di dna in comune, o di un mix tra le cose.

In ogni caso, non credo che riuscirò mai ad avere delle risposte, e forse se le avessi non mi piacerebbero. :) Rimane il fatto che:
– a – penso che per gli animali tutti dobbiamo avere un profondo rispetto, proprio in quanto animali (come noi) e non perché simili-all’-uomo.

– b – non so se Ciccio si riterrebbe fortunato ad essere capitato a vivere con me. Ma sicuramente io mi ritengo fortunatissimo ad aver allacciato un rapporto interspecie (si può dire così?) con un Signor Gatto così simpatico e cui voglio profondamente bene.

– c – è importante indagare e amare i confini, come dico sempre, le zone poco definite, le aree sfocate, i coni d’ombra tra le cose. Ci aiutano a relativizzare le differenze, e a trovare dei territori in comune inaspettati ma bellissimi.

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