Ciccio.

26 dic

ciccio

Ciccio. Ovvero Puck detto Ciccio.
Sto scrivendo del gatto a pelo rosso con cui divido l’esistenza da ormai tredici anni e più. In verità, avevo scritto “il mio gatto”. MA (come sa chiunque divida casa con un gatto), non è il “mio” gatto. Casomai, io sono il “suo” umano. Ma in fin dei conti non credo che a Ciccio importi molto il possesso di un bipede, mi pare molto più interessato a ribadire la sua proprietà esclusiva su altro, come le buste e le scatole di scarpe, il divano, il rubinetto della cucina, e i dieci metri intorno alla lettiera.

Comunque. Siccome tredici anni sono tanti, siccome alla fine è una convivenza importante, siccome un legame con questa creatura pelosa e roscia c’è, mi sembra doveroso scriverne almeno un po’. O almeno un post.

Iniziamo intanto con il chiarirci su alcune cose. Sono forse io come tanti e tante che riversano il loro desiderio di amore insoddisfatto nel rapporto con un animale? Forse. Sono forse uno che antropomorfizza i comportamenti del succitato felino in barba a ogni studio di etologia? Forse. Sono uno di quei deficienti che davanti al micio inizia una serie di versetti grugniti mugugni che nemmeno di fronte a un neonato? Si. Lo sono.

Ma ci sono delle cose da dire. Chi ha il privilegio di dividere un pezzo di esistenza con un animale credo mi possa capire. A parte le stucchevolezze classiche, le moine e le proiezioni di noi uomini su cani gatti e company, con questi esseri si stabilisce un rapporto speciale e profondissimo. Ne sono convinto. Non sono un grande esperto dei legami uomini-animali, ho letto qualche libro che credo sia straclassico, come L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, o La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell e poco altro, e sicuramente esisteranno meccanismi psicologici che a me sfuggono e che spiegheranno tutto seccamente ed efficacemente. Ma rimane sempre e comunque un’area più scura e misteriosa, quella che poi mi intriga di più e che mi piace esplorare. Quella dei confini. Dei confini, ad esempio, tra me e Ciccio.

Sono pazzo? Eh. Forse. Ma negli anni, approfondendo il rapporto e la conoscenza con il gatto di casa, mi sono reso conto di alcune cose, che sembrano banali ma poi alla fine tanto banali non sono.
Per esempio. Con Ciccio io riesco a comunicare. Oh dico, ma vi pare una cosa così scontata? Chiaramente non ci facciamo delle grandi chiacchierate su Kant, sugli Ufo, o sulle ultime mutande di American Apparel (peraltro, down with slip a contrasto bianco-colore, up with tinta unita scuretta e polverosetta). Ma la nostra coesistenza è regolata anche dalla comunicazione. Dai suoi miagolii di richiesta di attenzione o cibo, protesta, disappunto, e scoglionamento (si, ebbene si… quando lo caccio dal lettone e lo mando a dormire sul divano, emette un miagolio scocciato che è solo coniato per l’occasione). Dai miei richiami di cui capisce perfettamente il significato (un certo verso equivale a “si, si, ora ti do da mangiare”, un altro a “puoi scordartelo”, per esempio). A voi pare ovvio e scontato. Oh beh, è così, gli animali domestici sono il frutto di una selezione plurimillenaria anche in base alla capacità di comprendere dei semplici comandi etc etc… Ma a me sembra miracoloso. E affascinante. Mi pare miracoloso che due esseri appartenenti a specie diverse, che vedono diversamente il mondo (un gatto non percepisce tutti i colori che percepiamo noi, se non sbaglio, ma ha con gli odori una mappatura del mondo che noi non immaginiamo… per dirne una), riescano poi a trovare un codice per scambiarsi informazioni. Succede con cani e gatti (cavalli, tigri, delfini, elefanti, etc etc… chiaro), ma succede anche con gli uccelli, e lì parliamo di esistenze ancora più distanti dalla nostra. Ricordo due sule dai piedi azzurri che, quando facevo il servizio civile alla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) di Livorno, mi venivano incontro esattamente come un qualsiasi cucciolo di casa per pretendere il pesce che gli davo da mangiare, mentre gabbiani e aironi aspettavano più diffidenti che lasciassimo le voliere per avventarsi sul cibo. O anche una cornacchia (evidentemente abituata ai rapporti con gli umani) che veniva a farsi grattare la capoccetta quasi facendo le fusa. Certo, gli davamo da mangiare noi. Chiaro. Ma in ogni caso, con alcuni di loro (e parliamo di uccelli selvatici, provvisoriamente in riabilitazione per poi essere liberati) si creavano dei canali di comunicazione. Ecco, io già di questo non finisco di stupirmi. Ingenuamente, assai probabile. Ma tant’è. E in tutte queste situazioni, mi chiedevo e chiedo dove sta quel limite che poniamo più o meno arbitrariamente e che ci distingue e separa dagli altri animali. Perché più ho esperienza, e più mi pare che sia soprattutto un discorso di differenza di linguaggio, più che di sostanza. Non sto antropomorfizzando, credo. Al contrario, direi che sto cercando quel territorio comune tra specie diverse. Sto animalizzando l’uomo, diciamo.

C’è poi un secondo aspetto che mi ha sempre colpito, e che non posso dare per scontato. Ovvero: Ciccio è Ciccio, e non  “un gatto” e basta. È un individuo. Felino, non umano. Ok. Ma ha un suo carattere ben preciso, Diverso da tutti gli altri gatti con cui ho avuto a che fare, soprattutto dalla gatta che stava con noi a casa dei miei genitori quando vivevo con loro, ovvero Marta. Questa era più autoritaria, assertiva, possessiva, stizzosa, permalosa (permettetemi questi aggettivi così umani, ma era davvero così). Ricordo per esempio che dormiva sempre ai piedi del mio letto, ma SOLO se rientravo a casa entro l’una e mezza-due di notte. Altrimenti, mi aspettava dietro la porta di casa come semre MA, invece di un miagolio di accoglienza, mi fissava muta ed incazzata per il ritardo (yesssssss, orologi biologici, mi sa), mi voltava acidamente le spalle e andava a dormire in cucina assai delusa. In questo era sorprendentemente puntuale. Non amava essere presa in giro e chiaramente faceva capire molto chiaramente chi le era simpatico e chi no. Capiva perfettamente quando litigavamo ( e si metteva in mezzo) e quando facevamo finta (ci guardava perplessa come a dire “ma siete proprio scemi? credete che IO ci caschi?).
Ciccio invece è molto più tranquillo, non pare serbare rancori o pretendere puntualità notturne, ma casomai sviluppa una notevole impazienza mattutina (ovvero, apri la porta, dammi la colazione, ORA!). Si appiccica a tutti indistintamente, è meno sulle sue, sbavicchia su chiunque, e fa delle fusa spropositate. Adora il contatto fisico e gli piace proprio stare sempre in mezzo. Generalmente è buffo, goffo, un pessimo cacciatore, molto lagnoso e goloso.
Questa cosa che Marta era Marta e Ciccio è Ciccio, mi ha sempre stupito. Perché poi alla fine con questi due gatti ho stabilito un rapporto unico, irripetibile, e mi ha fatto pensare tantissimo.
Si perché anche lì, tu sei uomo, lui (o lei) è felino, ma poi il rapporto che si crea è tra due individui di specie diverse. Normale, ok. Banale? No. Affatto. Nella mia ottica questo mette in discussione tante cose su come noi culturalmente (ma anche “di pancia”) percepiamo gli animali, le persone, chi ci sta vicino. Mi chiedo ad esempio, se io e Ciccio siamo lontani come specie, ma in fondo come individui con tutte le nostre differenze siamo vicinissimi (sicuramente più vicini che io e Renato Brunetta, per dire). Mi chiedo quanto la convivenza abbia formato me e lui, reciprocamente, pur essendo io un ometto e lui un gattone, e se è una questione di individualità, o di dna in comune, o di un mix tra le cose.

In ogni caso, non credo che riuscirò mai ad avere delle risposte, e forse se le avessi non mi piacerebbero. :) Rimane il fatto che:
- a – penso che per gli animali tutti dobbiamo avere un profondo rispetto, proprio in quanto animali (come noi) e non perché simili-all’-uomo.

- b – non so se Ciccio si riterrebbe fortunato ad essere capitato a vivere con me. Ma sicuramente io mi ritengo fortunatissimo ad aver allacciato un rapporto interspecie (si può dire così?) con un Signor Gatto così simpatico e cui voglio profondamente bene.

- c – è importante indagare e amare i confini, come dico sempre, le zone poco definite, le aree sfocate, i coni d’ombra tra le cose. Ci aiutano a relativizzare le differenze, e a trovare dei territori in comune inaspettati ma bellissimi.

Vacanzina j’oublie tout

19 dic

Allora, sfidando la profezia Maya, gli allineamenti astrali, tempeste solari e quant’altro, mi appresto a sfidare Berlino a Dicembre (munito, ovviamente, di una potentissima calzamaglia, onde non morire congelato appena sbarcato dall’aereo).
Quindi, una pre-vacanzina di Natale. Lo studiolo chiuderà venerdì 21, invece. Ma rimane una buona occasione per mandare a tutt* il nostro augurio di Buone Feste (agognate, desiderate, sognate, volute, cercate).

Baci!
Gian

Buone Feste dallo studio grafico B-Side

Buone Feste dallo studio grafico B-Side

Bullismo o Omofobia, chiamatelo come vi pare.

22 nov

Sono secoli che non scrivo nulla sul blog. Poca voglia, pigrizia, dieta (sì, la dieta…). Poi succede un fatto. Succede che un ragazzo di 15 anni si toglie la vita. Perché? I compagni lo prendono in giro. Perché è gay. Forse. Non si sa. La vicenda è sui giornali, e scatena emozioni forti, tanto forti anche su di me. Mi risale su tutta la mia infanzia e la mia adolescenza. Ricordo le prese in giro subite, ricordo come facevo buon viso a cattivo gioco perché avevo paura anche di prenderle (sempre stato piccoletto, rigà). Ricordo con molta vergogna anche quelle volte in cui io mi univo agli altri per sfottere qualcun altro, era umano non sentirsi sempre l’oggetto dello sfottò, ma non per qusto era meno orribile. Ero stronzetto, mh?
Poi si cresce, per fortuna, e si fanno delle scelte. Si sceglie di essere meno vigliacchi, inizi a renderti conto che se prima non combatti i pregiudizi che ti porti dentro non potrai fare nulla… Insomma, si cambia. Ma certe ferite te le porti sempre dentro, e fatti come questo le riaprono tutto di un botto. Ti manca il fiato, ti assalgono delle immagini e dei ricordi, le guance arrossiscono, il tempo si appiattisce, e il passato è lì.

Mi ricordo una volta, alle elementari, che ci si divise tra maschi e femmine per giocare a una specie di acchiapparella selvaggia, maschi contro femmine appunto. Mi ricordo che ero ben felice di ritrovarmi tra le ragazze a inizio gioco per poi finire nuovamente tra i maschi, in una sorta di capovolgimento della cosa, perché così mi avrebbero comunque accettato tra loro. Ero felice, ma contemporaneamente qualcosa non quadrava. Mi vergognavo. Non capivo bene perché, ma mi vergognavo. Ero omofobo, verso di me? Misogino? Bullo in genere? Non lo so.

Mi ricordo anche quando facendo i tre giorni per il famigerato servizio militare (che non ho fatto, ma ho fatto il servizio civile, thx god) l’ultimo giorno andai a colloquio con un ufficiale che mi fece delle domande. Avevo una maglietta, quel giorno. Una maglietta del concertone del Live Aid (era una luminosa mattina del Giurassico). Mi guardò schifato, chiedendomi perché avevo quella maglietta (che cazzo di domanda, eh). Era omofobo? Era machista? Militare tout court? Bullo? Non lo so, mi sono scordato di chiederglielo.

E ricordo anche due fighetti al liceo (Liceo Classico T.Tasso, la scuola di sinistra a Roma, fucina di cervelli cervelloni cervelletti e radicalissime chiccherie, me compreso), che facevano due o tre battute (“battutine” rende meglio) a me e un mio amico, a ricreazione, sfottevano e poi via, non è che gli dessimo nemmeno tanta soddisfazione, in fondo. Eravamo troppo abituati a non reagire, non credo ci provassero gusto. Mi ricordo anche che uno dei due era bellissimo. Un ricciolone biondo, bello e atletico, naso aquilino e scucchia di ordinanza. Io, alto dodici centimetri, cicciotto, e col capello insensatamente riccio-crespo. Senza fiato. Stesso pianeta mondi diversi. Che era? Bullo, omofobo, tutte e due le cose? Erano solo battutine innocenti (non prendertela, cazzo, no? è una battuta), o erano il sintomo del razzismo che nessuno ammette di provare (tranne qualche stronzo che ne va fiero, certo)? Vorrei chiederlo a lui, ma credo di non sapere manco come si chiamasse.

Ne ho tanti di ricordi così. Ne ho anche di peggiori. Non ha importanza, mi dico. Sono cresciuto, ho superato certe cose. La gente così ora mi fa quasi pena. Mi dico. Mi racconto.
Poi un ragazzo muore. Si toglie la vita non si sa bene perché. E io (io, anaffettivo, un po’stronzetto, decisamente preoccupato più che altro da come mi cadono adesso i pantaloni, ora che ho ritrovato-la-linea), io dicevo, mi sento tutto che risale su. Mi viene un colpo. Una emozione forte. Leggo della vicenda on line. Leggo i commenti. Mi sale una rabbia infinita, insieme a un dolore che è vecchio ma anche nuovo. Qualcuno si mette a cercare di capire se era omofobia, o bullismo. Fa davvero tanta differenza? La fa veramente? Si tratta sempre di una forma di violenza, di sopraffazione, di pregiudizio. Punto. Iniziamo a combatterla. A combatterla per quello che è, razzismo, paura del diverso, paura di stare da soli, e lottiamo contro ogni forma di pregiudizio a partire da quelli che ci portiamo appresso.

Ora pare che in realtà il ragazzo che si è tolto la vita non vivesse in un contesto omofobo, non fosse bullizzato. Negano i professori e i compagni. Spero sia così. Lo spero tanto (anche se sinceramente non credo proprio quasi più in nulla, ormai). Ma la vicenda comunque porta a galla un sacco di pensieri, e rimane un assunto fondamentale. Che violenza, bullismo, razzismo, omo e transfobia, intolleranza, odio verso i nomadi, disprezzo per i portatori di handicap, antisemitismo, misoginia, discriminazioni in base al genere, al censo, allo status sociale, alla religione o alla non-religiosità, all’orientamento sessuale, alle idee e agli orientamenti politici, alla forza o alla debolezza…insomma, tutto questo insieme di roba qua dai mille nomi ma che ha una sola unica sostanza, va COMBATTUTO. A partire da quella che ci portiamo dentro, se riusciamo a leggerci dentro un pochino.

All about Tintin.

28 ago

 

Insomma, avete un ragazzetto giovane giovane ma già indipendente, dandy q.b., un po’ biondastro un po’ roscetto, con un ciuffetto che ha fatto tendenza, mettetegli accanto un inseparabile cagnolino bianco, un manzo barbuto e dedito all’alcol altrettanto inseparabile (ma molto più inspiegabilmente, a meno che…), calatelo in mille avventure da cui ogni forma di romanticismo sembrerebbe esclusa (tranne… oh beh ve lo dico dopo), eliminate praticamente qualsiasi personaggio femminile tranne un soprano matto come un cavallo… E cosa abbiamo?

Tintin, ecco cosa.

Ora dico. Non so a voi, ma a me pare un immaginario assolutamente gay. E nemmeno troppo velatamente. No no. Proprio una situazione che lascia pochi dubbi. Scusate ma intanto il piccolo Tintin sembra davvero una twinky di Gay Romeo (magari senza la definizione di “solare” nel profilo). Dinamicissimo, furbetto, sempre a posto (mai un ciuffetto fuori posto), cosmopolita, abbastanza curioso e ficcanaso. Di mentalità aperta. Ha un impermeabiluzzo che SICURAMENTE è un Burberry’s iconic trench. Porta un paio di pantaloni alla zuava e sembra uscito fuori da una sfilata di uno degli Antwerp Six. In forma (fa SEMPRE stretching, lui!). Insomma, non sarà frocio, non sarà omosessuale o queer, ma certo è gay enough.

Il bel Tintin non si separa mai (dico MAI) dal suo cagnetto bianco Milou(non un pastore tedesco, non un terranova, un molosso o un chihuahua, ma un Fox Terrier irrequieto e legatissimo al suo padrone). Non proprio un Toy Dog, che forse sarebbe stato poco adatto per un carattere avventurosetto, ma siamo lì. Vabbè il binomio uomo-cane non è necessariamente un segnale di froceria (anche se potremmo pure definirli fluffer + fluffy). Ma l’idea che Tintin abbia scelto il suo Milou per rimorchiare al parco facendogli fare la quotidiana pisciatina mattutina, non me la toglie nessuno dalla testa.

E poi c’è il Capitano Haddock. Archibald Haddock. Mezza età, bruno, barbuto, robusto ma non grasso, sicuramente tonico. Marinaio anzi capitano. Alcolista che manco Sue Ellen ai bei tempi. E le sue intemperanze causano regolarmente dei disastri. Anzi, sono spesso il motore di tutta l’azione. Eppure Tintin non si separa mai dal suo amico fraterno. Ora, cosa può portare un tipetto tutto smart a tirarsi dietro un simile accollo (non bastasse il cane) se non ci fosse qualche ragione meno evidente? Ci domandiamo. Il capitano è particolarmente dotato a prua? Ha un albero maestro? Quali particolari doti private fanno dimenticare le sue innegabili pecche pubbliche? Insomma, anche lì i segnali paiono chiarissimi. Hai voglia a parlare di cameratismo, di amicizie maschili, di pacche sulla spalla e bevute tra compagni. Se Haddock non ha mai portato Tintin a fare un giro per conoscere le sue amichette che lavorano laggiù, al porto, significa molto probabilmente che di amichette non ne ha. O al massimo ci si scambia il blush.

Ci sono poi altri campanelli di allarme. L’amicizia che lega Tintin a Chang Chong Cheng (altra twinky, ma cinese) è talmente profonda che Tintin ne sente l’invocazione di aiuto per via telepatica, mentre l’aereo di Chang si schianta sulle montagne del Tibet. E il sentimento che li lega sembra la cosa più vicina a un amore che sia mai apparsa sulle tavole di Hergé.
Non penso sia un caso che non ci sono personaggi femminili (tranne rarissime sporadiche apparizioni) nelle avventure del roscetto belga. Nessuna fanciulla da conquistare, salvare, impalmare. Nessun flirt. Nemmeno una cattiva, seducente vamp. Zero. L’unico personaggio femminile di rilievo è Bianca Castafiore, cantante lirica milanese completamente pazza, biondo tintissimo con cotonatura, non più giovanissima, non proprio magrissima. Un po’ drag, un po’ fag hag, irrompe disastrosamente nelle vicende e sembra sempre slegata dalla realtà, come un po’ anche gli altri personaggi (il prof. Girasole o Tornasole, i poliziotti Dupond e Dupont, Nestore il maggiordomo). Tutti maschi.
Il resto è una pletora di militari, contrabbandieri, antiquari, cacciatori di tesori, esploratori, marinai, omaccioni di tutte le razze, fogge, età ed estrazioni sociali. Donne? A parte la succitata Castafiore e altre sporadiche apparizioni, zero. Minimo minimo, un filo misogino.

Insomma. Che sia stato un lapsus dell’autore, o che sia la mia lettura parzialissima da appassionato e sognatore, sta di fatto che Tintin, come tutti i capolavori, si presta a una marea di possibili interpretazioni, contraddittorie e non univoche, che trascendono la volontà di chi li ha creati. Non a caso Hergé era un autore ultracattolico, Tintin è diventato un emblema della destra più destra che c’è, eppure, a parte un evidentissimo anticomunismo e un atteggiamento razzista soprattutto nelle prime storie come Tintin in Congo (allora colonia belga) Tintin è anche un personaggio curioso e aperto, ricettivo verso il nuovo e accogliente verso il diverso. Quindi mi rivendico la possibilità di vederlo dal mio personalissimo punto di vista, perché la sostanza del buon (e bel) Tintin non sarà comunque mai esaurita da una sola lettura. Prerogativa dei veri capolavori.

 

La Vispissima Teresa. O parodia di mezza estate.

3 ago

Si può scrivere una parodia in chiave sm della vispa Teresa (la versione lunga, quella con il seguito scritto da Trilussa)? Ebbene si. Eccovela qua. :)

La vispa Maîtresse
avea sovra il letto
frustato e fistato
gentile schiavetto
e tutta giuliva
con aria lasciva
gridava al disteso
” ‘Sto dildo lo hai preso?”

A lei supplicando
lo schiavo gridò:
“gemendo e sudando
io godo, lo so
dai, su, fammi male
e schiaccia ‘ste bale.
Deh, legami e anch’io
starò come un dio”

La lady stizzita
gli schiaccia due dita
“Shhh, tu devi star zitto,
e rigare dritto”
Contuso, pentito,
lo slave si azzittì.
Ma era assai lieto
di stare così.

Se questa è la storia
che sanno a memoria
i Master di un anno,
pochissimi sanno
che cosa le avvenne
quand’era ventenne:
Un giorno a una festa
la vispa Maitresse
uscendo dal cess
si alzava la vesta
per fare del Pissing
e dar due schiaffoni
(che a tutti gli schiavi
fa molto piacere)

Il bottom Armando
vedendola gialla
le disse “ti prego
ti prego, rifalla”
La Lady arrossì
ma fece pipì.
“Berrete?” – “Berrò:
ma badi, però…”
“Parola d’onore!”
E bevve per ore.

Il giorno seguente,
la bella padrona,
dal gioco bollente,
e l’aria sorniona,
gridava frustando:
“ti pisto, mio Armando!!!”
A lei supplicando
legato, gridò:
“Sì che mi fa male
la spina dorsale:
continua, che io
non sono più mio.
Hai qualche programma?
Vuoi farmi da mamma?”
A tale minaccia
Armando fremette,
ma lei sulla faccia
gli sbatte le tette.

Inflitto dolore,
fumata una canna,
la vispa Maitresse
lo slave non accana.
Di nulla pentita,
per nulla confusa,
giocò la partita
e non chiese scusa.
Per circa tre ore
ne mena parecchi.
Fra giovani e vecchi,
maschietti e signore
la vispa Maitresse
con grande finesse
l’Armando puniva
che a lei le si offriva.
(Lo schiavo che soffre
se apostrofa l’esse
ha tutto interesse
a dire che s’offre).

Ma giunte le venti
stringendo tra i denti
il vecchio frustino
di cuoio latino
per torsi d’impaccio
dai prossimi acciacchi
pensava: “Mo’faccio
casino coi tacchi”.
L’Armando gaudente
colpì lo stivale
“Padrona! Che male”
“Stai zitto, fetente!
È un tocco di classe
il tacco sul muso
e sono sicura
che non ti ho deluso”
E lui di rimando
rispose “No, no!…
Io sono l’Armando,
non protesterò!”
Contuso e colpito
lo schiavo arrossì,
sorrise contrito
e lei lo colpì.

Ed or la Maitresse
un po’ stufa, nevvero
non ha che un pensiero:
andar’alla GS.
A fare la spesa:
la pancetta tesa,
il latte, la pasta,
e quello che resta
per farci una gricia.
E quindi fissando
con occhio distratto
lo schiavo legato,
ben fermo sul letto,
lei dice:”Schiavetto
lo vuoi un bel gelato?
Il gioco è finito,
fin troppo è durato”.

Così pure dessi
con fare innocente
insieme alla gente
s’en vanno da Fassi
a farsi due coni
di crema e lamponi.

“Fu proprio una manna!”
Sospira l’Armando
e lecca gustando
sul cono la panna…
“Se questo qui insiste
gli faccio la festa”
pensò la padrona
di nuovo sorniona…
E lui non rifiuta,
ma anzi, l’aiuta
le porta la spesa
e su per le scale
ripensa a quel male
(spasmodica attesa)…
un colpo con l’asta,
lo schiocco di frusta…
Padrona e schiavetto…
l’incastro è perfetto.

Cara Rosy

19 lug

 

Oh beh. Scrivo un post sulla bacheca di Rosy Bindi (beh è possibile farlo, per chiunque stia su Facebook). Un post che esprime il mio pensiero, certo non affine al suo. Ma senza insultarla, semplicemente esponendo con pacatezza il mio punto di vista dopo le sue uscite infelicissime riguardo i matrimoni “gay”.
Il post per ora NON è stato cancellato. Ma comunque, per chi facebook non ce l’ha, per chi ha paura di perderselo (solo io, ovvio), insomma… esistono gli screenshot.  Al post la foto la ho fatta. E ovviamente ve la ripropongo qui.
Riscrivo anche il testo, magari migliorando la punteggiatura. Lo ho scritto di getto, su una onda emotiva, e devo aver invertito un punto interrogativo qua con un ecsclamativo là. Ma insomma, il senso è chiaro. Quello è.
Ecco cosa le ho scritto.

Vede signora Bindi. Io sono uno di quegli attivisti “massimalisti” che vogliono tutto, ma proprio tutto, per tutti e tutte. Parlo del matrimonio per le persone omosessuali, gay o lesbiche che siano. Parlo delle unioni civili per etero e omosessuali, parlo di tanti altri diritti che forse Lei (colpevolmente, però) nemmeno sa essere negati.
Ieri è stata contestata, fischiata,incalzata alla Festa del PD, per il suo intervento circa queste questioni. Le sue risposte sono state scoraggianti (“con le vostre posizioni massimaliste scordatevi pure le unioni civili”) ma molto dirette e scoperte (nessun giochino, è il solito Do Ut Des al ribasso con cui lelettorato italiano è ricattato da quando il VOSTRO deus ex machina Berlusconi è apparso sulla scena (votate NOI per salvarvi da LUI). Fate i bravi o non avrete nemmeno quell’uno per cento che FORSE siamo disposti a concedervi.

Bene, signora Bindi. Una o due cose solamente. Intanto io non sono venuto a fischiarla perché, sinceramente, il suo partito non è mai stato il mio e quindi, come direbbe Lei, lo ho lasciato in pace. Ma chi è venuto ieri sera probabilmente era in gran parte del PD; il “Suo” partito. Suo? Forse loro. Era la “base”. Quella cosa che vi siete scordati esiste. Che non sono sudditi, se lo ricordi. Quindi se Lei crede di essere stata trattata con poco rispetto, pensi a chi vota per il “Suo” partito, a sentirsi trattare come un servo. E non parliamo di processi democratici. Voi parlamentari italiani ahimé non siete stati eletti con dei reali processi democratici, e lo sapete bene. E infatti, la riforma elettorale è ben lungi dall’apparire.
Ma poi, signora Bindi. Si rende conto che la Sua ( e non solo sua) incapacità di affrontare temi importantissimi per la nostra società senza pregiudizi (vuoi per limitatezza culturale, vuoi per interesse e calcolo, vuoi per ragioni psicologiche che qui nessuno vuole comunque indagare)… Questa incapacità appunto, ci consegna a un MedioEvo che sinceramente noi italiani non meritiamo.

Apra gli occhi, signora Bindi. Il mondo sta cambiando; ogni secondo scricchiola sotto il peso di eventi che non possiamo nemmeno controllare. Non sarebbe meglio lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi, non dico un mondo migliore, che ci credo assai poco, ma almeno la speranza che lottare per l’uguaglianza, per un mondo laico, equo, non sia una inutile perdita di tempo?
Grazie.

Ora, anche chissenefrega del PD, della Bindi, del matrimonio… Però, però però… Però sono stanco. Sono stanco di una politica arrogante, che manipola, che gioca con le parole, sulla pelle di tutti e di tutte. Sono stanco di gente che non ha più alcun rispetto per le vite delle persone che sono toccate dalla loro insipienza, dalla loro visione corta, dalla mancanza di respiro. Sono amaro, acido, disfattista. Ed è difficile trovare qualcosa di positivo in un semplice sfogo di rabbia, e che poi pare tutto muoia lì. Ma alla fine, intanto sperimento qualche barlume di democrazia, visto che posso esprimere il mio pensiero liberamente (almeno ancora posso), e dire chiaramente come la si pensi fa comunque bene. E poi, su facebook ci si confronta con altri, i commenti non sono solo una perdita di tempo. Ogni tanto qualche cosa mi colpisce, come ad esempio gli altri leggono le mie parole (illuminante, anche se difficile da affrontare a volte, vedersi letti da altri occhi). Un commento in particolare mi ha ricordato che il mondo migliore non si lascia in eredità alle generazioni future. Ma che bisogna prenderselo subito. Ecco, iniziamo, va’.
 

 

Anche oggi voglio TUTTO.

27 giu
Siccome per me tutti i giorni è Pride, ribadiamo alcuni concetti-base (per me, ovvio). Tipo che non devo scusarmi con nessuno se sono così e non cosà.

Tipo che i diritti sono di tutt* e non solo di chi paga le tasse. Questo perché nel 2010 sentti, a una riunione-workshop sul Pride (il Pride che poi abbandonammo in tanti) qualcuno dire: “Io pago le tasse e quindi ho diritto a sposarmi col mio compagno”. Ecco, posso dirlo? Io sul momento provai un brivido a sentire queste parole. Ma che significa? Che ragionamento è? I diritti fondamentali per cui tutt* lottiamo sono di tutt*, appunto. Anche degli evasori. Anche degli assassini. Non mi meraviglio se poi a quel Pride non ho partecipato. Un po’ è come dire che preferisco di gran lunga la Tiziana Maiolo che ha creato Nessuno tocchi Caino, per difendere anche chi sembra indifendibile perché esistono dei grandi principi su cui formare la propria etica,  alla Tiziana Maiolo che disse «È più facile educare un cane che un bambino rom» (ma almeno poi si dimise).

Tipo che non c’è nulla di disdicevole in un corpo nudo, e non è con una cravatta o un tailleurino che si acquista credibilità. Eppure sembra che se hai una giacca e una cravatta allora sei una persona affidabile e sicura. Beh. intanto è proprio una genìa di persone in giacca e cravatta (o eleganti tailleur firmati) che ha fatto e fa anche oggi scempio dell’Italia, dei suoi sistemi democratici, delle sue risorse. E poi noi siamo prima di tutto dei corpi. Dei corpi che desiderano. Dei corpi che vivono. E che spesso sono negati, perché ritenuti imperfetti, inferiori, non conformi. Invece ripartiamo da questi corpi, sentiamoli, amiamoli, esibiamoli senza vergognarcene.  Quei corpi siamo noi. Incarnano (letteralmente) i nostri desideri.

Tipo che se voglio una famiglia voglio anche decidere IO come cazzo la voglio. E voglio essere tutelato in tutto e per tutto anche se una famiglia o un compagno non ce l’ho. E se non la voglio. E anche se non voglio amare nessuno e restare da solo a rodermi il fegato, chiuso in una stanzetta solo con il mio gatto. Forse. Forse anche da solo e basta.

Tipo che io vivo in questo mondo non perfetto e non bello, e quindi non voglio chiudermi in un ghetto ma voglio sentirmi bene ovunque.
Anche oggi, voglio tutto.

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