Archivio | Pics RSS feed for this section
Immagine

Come se fosse una testatina.

11 giu

diariodiunnevrotico

Minimal.

22 mag
Micropagnottine di farro, gelée di carote e harissa alla rosa, gelée al pomodoro caramellato.

Micropagnottine di farro, gelée di carote e harissa alla rosa, gelée al pomodoro caramellato.

 

Minimale. Piccolo. Raffinato. Insufficiente a sfamare chicchessia. Snobbettino e fighetto. Vedetelo come vi pare, il fingerfood , che vi piaccia o no, quello è. Può anche essere composto dagli accostamenti più barocchi e audaci, ma se è (come deve essere) ridotto alle dimensioni di un boccone, allora minimal è la parola giusta. E anche da queste parti, nonostante le diete, la pigrizia, e mille altre rotture, ci si è avventurati nella esplorazione del fingerfood. Un tentativo di rendere qualcosa contemporaneamente essenziale, gustoso, e anche un pochino concettuale. Un piacere per gli occhi e per la gola. Certo, tutto molto personale, ma insomma, ecco il primo risultato dell’esperimento. Sono delle pagnottine minuscole (un boccone e via!) di farina di farro, servite insieme a due “bottoncini” di gelatina di verdure. Una, è composta di pomodorini caramellati, l’altra di carote cipollotto e Harissa alla rosa (una specialità che mi porta dall’Inghilterra la mia amica, gourmet, mamma di tre capolavori, e instancabile dj, Irene).
Le gelatine sono facilissime da fare. Prendi carote, cipollotti e li triti e metti a cuocere in una padella con un po’ di olio e facendo in modo che sia sempre liquido, senza asciugare mai (usate acqua, o vino, o latte come ho fatto io, insomma quello che vi pare). Quando tutto è quasi cotto, aggiungete la Harissa e fate finire la cottura. E poi frullate il tutto. Stessa cosa (separatamente, ovvio), per i pomodorini, che farete caramellare in padella con cipolla rossa e zucchero di canna (qui il liquido è assicurato dai pomodorini stessi).
Una volta frullate le due verdure, le addenserete con Agar Agar (ebbene si). L’Agar Agar è un addensante VEGETALE (viene da un’alga quindi niente colla di pesce, che è peraltro collagene suino se non sbaglio), che si scioglie in liquidi bollenti ( o quasi, circa 80°), addensa a temperatura ambiente (quindi non serve tenere in frigorifero quello che volete addensare), è insapore e inodore, e ha diversi gradi di gelificazione a seconda di quanto ne usate (può rendere semplicemente una salsa più densa, o può solidificare in maniera decisa un liquido).
Una volta addensate le due gelatine in due piatti, e sformate, con delle formine da biscotti il gioco è semplicissimo: tagliate, assemblate (qui in foto, il fingerfood è “scomposto” e impiattato, ma potete montare tutto su uno stecchino di bambù e GNAM), e il risultato quello è: un boccone basic, pane e companatico, ma reso essenziale, puro gusto, con anche un bel contrasto tra il pane così grezzo e le gelée che invece sono una specie di distillato-di-sapore.
Provateci. Nella sua snobberia (perché SI, il fingerfood è un po’ una snobberia), è buonissimo e geniale (non io, lui).

 

Pane e companatico.

29 mar

Tutto sommato, è bello ricordarci che mettere le mani in pasta non significa solo fare politica e mazzette, ma anche tirare fuori una pagnotta. Vera. Di pane vero. E buono, anche. E in un momento critico come questo, in cui ti rendi conto che forse i Maya in realtà ci hanno azzeccato su tutta la linea (data a parte), fare il pane in casa ha un potere taumaturgico.
Servono solo farina (ma vera, però, macinata a pietra), lievito (non ho ancora provato a fare la pasta madre, ma intanto il lievito secco da pasta madre lo ho trovato e funziona benissimo), acqua, sale. E tempo, calore, e un po’ di olio (di gomito sicuramente). Poi il resto è tutto nelle misure e negli aggiustamenti, prima pesi gli ingredienti secondo la ricetta, poi però sta alla tua sensibilità aggiustare il tiro rispetto alle mille variabili possibili. Piano piano capisci che quella cosa che stai impastando è una cosa viva. Cresce, si gonfia, lavora. Più acqua, un pizzico di zucchero, un po’ di olio oppure no. Pieghi delicatamente. Impasti con forza. Incorpori altra farina piano piano. Dei semi, o degli odori, magari. Forse delle uova, o delle cipolle. Tieni a lievitare, rimpasti, e alla fine cuoci, nel forno caldissimo. Quello che esce è PANE. Pane, una cosa che sa di radici, di storia dell’umanità, di bibbia, porta il sapore di cucine dove non esisteva la luce elettrica, di quello che mi mangiavo, di nascosto, da bambino (perché non ero grasso ma già a dieta…), gustandomelo piano piano. Sa di odori che emanano dal forno e rendono improvvisamente accogliente anche un tugurio.
Metaforicamente, viviamo in una Italia-tugurio. Dove si palesa forme solo ora in forma compiuta e perfetta quello che è stato lo stallo politico di… non so, venti anni? In cui prima era difficile governare, ora anche solo pensare a un possibile governo. Nel frattempo tutto si sbriciola. Cosa c’è di meglio che mettersi a fare il pane? E così ritrovare anche se solo per qualche ora il senso di quello che un senso, alla fine, per davvero, ce l’ha.

PS E questa volta non ho solo fatto il pane, ma anche il formaggio.  O meglio il Labné. Non ci vuole veramente nulla! :) Si prodice questa sorta di formaggio cremoso facendo sgocciolare per qualche ora dello yogurt intero. Tutto qui!

pane2pane-+-labnèpane-+-labnè2Pane

The Queer Cookbook

28 feb

queercookbook

Bene. Non è che c’è solo una prima volta. Ce ne sono tante.

Lo scorso weekend, ad esempio, per la prima volta ho cucinato per 27 persone. Ventisette. Non sono poche, soprattutto per chi come me ha una cucina minuscola, tanta passione ma solo esperienza amatoriale come cuoco, ed è notoriamente portato più all’improvvisazione, che alla organizzazione e alla logistica. Ma tant’è. Ne sono uscito vivo, e soprattutto ne sono usciti vivi i ventisette avventori.
La cena. La cena era una cena di “raccolta fondi” per Genderotica (qui trovate un po’ di info a riguardo). Io ho preparato la cena a casa, per poi terminare tutto (nonché impiattare e servire) all’Hula Hoop, locale al Pigneto, superaccogliente. Il gioco era creare un menu vegetariano, dal sapore vagamente erotico, e dalla ispirazione queer, con un budget non altissimo e che però soddisfacesse l’appetito di un po’ di gente. Una sfida.

Intanto, diciamo pure che qualche giorno è trascorso sperimentando e provando le ricette. Poi, sabato, la spesa a Piazza Vittorio. E poi via! In cucina. Non da solo, altrimenti non ce l’avrei MAI fatta, ma con l’aiuto di un amico (anzi di un AMICO, ovvero Andrea). E in due giorni, sbuffando, provando, sfornando, sbucciando, lessando, fumando, ci siamo riusciti. Abbiamo preparato un menu “di tutto rispetto” (per me, almeno), e ce l’abbiamo fatta.

Ecco cosa abbiamo preparato, per il Menu che abbiamo ribattezzato The Queer Cookbook:
Queer Royal (ovvero un kir royal con chicchi di melograno)

prima entratina: Le Kinky Hummous ovvero Hummous di ceci agli agrumi, con anche un sentore di vaniglia. Non piccantissimo, anzi, molto aromatico, veniva servito con un crumble piccante, al coriandolo.

seconda entratina: Phagottini ovvero fagottini di gallette di riso (quelle vietnamite, degli spring rolls, per intenderci), al forno con ripieno di spinaci, pinoli, mandorle, verza e coriandolo

tertium datur: Black Leather Chili ovvero chili vegetariano con fagioli neri messicani, cipollotto, peperoni, e riso basmati, speziato con paprika affumicata e aglio affumicato

quarta portata: Ladies’ Toys ovvero verdure al forno (carote, patate, pomodorini caramellati, etc) in forma di sex toys (i pomodorini, per esempio, erano tipo palline delle gheishe, ) servito con del cous cous con harissa aromatizzata alla rosa e ras el hanout

dessert: L’Innocenza Ritrovata ovvero un bianco semifreddo di ricotta, zucchero, mandorle e zibibbo (ricorda il ripieno dei cannoli siciliani) servito con mango e fragoline di bosco fresche, e un po’ di sciroppo di lamponi freschi addensato con agar-agar

Quindi, un po’ di gioco e un po’ di sapori esotici, ricette non difficili da realizzare, soprattutto considerato che nel locale c’era solo un forno, ma nessun fuoco per cucinare, fantasia e mettersi in gioco.

Qui di seguito qualche fotina. Il risultato è stato una immensa soddisfazione per me, e pero anche per Andrea che mi ha assistito e aiutato con pazienza e creatività, per le amiche di Eyes Wild Drag che mi hanno concesso fiducia, per chi ha mangiato tutto…
Devo dire che un altro risultato è stato un mal di schiena a scoppio ritardato (ovvero tre giorni dopo), ma….. Insomma, ce la posso fare.

spinaci2 spinaci sexyCousCous riso-couscous ricotta2 ricotta pomodorini2 pomodorini fagiolineri fragoline chili2 chili ceci

La galleria degli antenati.

15 gen

Ok, anche io ho la galleria degli antenati, nobiluomini e gentildonne, aristocratici e suffragette, vecchie pazze e enfants terribles. Eccoli qui.
Baci ai pupi.

Aunt Austerity

Aunt Austerity. Ovvero, fregarsene della crisi.

Bagonghi

Baby Bagongo. Ciao e straciao.

bimba

ProtoBarbie.

choosykids

Fornero? PPPPRRRRRRR.

cioccolataia

La zia cioccolataia.

fiammingah

Zia cafona in Vuitton.

grandmaman

Zia chic in Hermes.

indacar

Zia al volante.

IoIngres

Zia busta.

ioLiotard

La zia Marchesa.

ioRembrandt

Zio fiammingo.

la_zia_suffragetta

Zia manifesta

Noia,-noiae

Zietta dubbiosa

spazio1999-1

The future.

what-the-fuck

Scimmie.

zioProrsum

Cogito ergo ProrSum.

Fashion Crime

14 gen

Fashion Crime

Attenzione. Vi indichiamo alcuni grossolani errori commessi dalla middleage-d-wannabe signora che in Piazza San Pietro difendeva la fede dalle pericolosissime tette delle Femen:
A- anche se l’accostamento violadellasciarpa-melanzanamortadeicapelli è coraggioso e molto attuale, vi ricordiamo che a Piazza San Pietro una vera signora è SEMPRE tenuta a menare le mani con il capo coperto da un foulard di Hermes (se ricca), di padre pio (se povera), di madre teresa (se votata al signore).

B- La scarpa si intona meravigliosamente ai sampietrini bagnati, ma il tacco è TROPPO BASSO. Si tollera solo in caso di suore, suore laiche o di bigotte velate (un qualsiasi esponente maschio di area cattolica del PD)

C- NO NO NO! La pelliccia, pur donando innegabilmente uno status di “ho due euro in più delle altre poracce con i piumini Benetton e le borse Carpisa”, rende goffe proprio nel momento in cui serve maggiore agilità. Preferite sembrare delle lottatrici bulgare di lotta greco romana, o delle agili e stilizzatissssime golfiste anni trenta?

D- Un po’ di attenzione e di rispetto al luogo ove vi trovate e all’epoca evocata (alto medioevo, secoli bui). Per colpire una donna libera, nei pensieri e nei costumi, non si usa un ombrello, bensì una ben più coerente MAZZA CHIODATA (possibilmente d’epoca, frugate bene nelle segrete del vostro maniero).

Non commenteremo la mancanza di cilicio di ordinanza, e l’assenza di roghi, perché capiamo si tratti pur sempre di una situazione Last Minute, ma vi ricordiamo che una VERA SIGNORA ha sempre con se un kit completo di guanti-fascine-benzina. Noblesse oblige.

People & Food Project. #1 Antonio e i Biscotti all’Avena.

7 feb

Antonio Ranesi detto b.i.c.

Colazione con Biscotti di Avena e Mirtillo Rosso

Molte volte mi sono chiesto per quale ragione il cibo ha tanto peso nella mia vita. E mi sono dato tante risposte, tutte diverse, alcune anche incompatibili tra loro. Ci sono risvolti psicologici così banali da farmi pensare che siano assolutamente veri (non esiste cosa più reale dei luoghi comuni, no?). La storia familiare, costellata di persone golose e dedite alla cucina. Mio nonno materno, vera leggenda del pesto fatto in casa ( e del tormento mattutino, lui, il suo martello, i pinoli sul davanzale della finestra, mia madre che all’alba impazziva). Mia zia Nicoletta, che come dice sempre, ha imparato sposandosi, che prima non sapeva manco cuocere un uovo, e che mi ha insegnato, forse senza saperlo, il rispetto assoluto per chi in cucina prepara tagliatelle per dieci persone, sugo ai finferli compreso, cacciagione compresa, mele al forno con ribes compreso, dolce compreso, e caffè.. no il caffè lo fai TU. E tanti altri.
Forse un po’ di pura gola? Bulimia con a volte venature gourmand?
Forse sono ancora in fase orale? Che ne pensa la Sora Freud?

Rimane il fatto che per me il rapporto con il cibo ha un risvolto fondamentale. La convivialità. Il condividere il cibo con altre persone. E non è un caso che io ami, delle case che visito, le cucine, come luogo di chiacchiera eterna. Non è un caso che la mia cucina sia il microcuore della mia microcasa. E che ci si ritrova spesso a improvvisare cene anche in dieci persone lì dove, tra gente normale, ne entrerebbero quattro, al limite quattro-più-chihuahua.

Allora mi sono messo a pensare (uh!!). Ma non sarebbe carino fare non solo le foto ai piatti che (con alterne fortune) riescono meglio, ma anche alle persone che poi li mangiano, questi piatti? Forse racconterebbe qualche cosa di più interessante che solo una ricetta. Che tanto poi, si è capito, qui non è mai “solo una ricetta”, il cibo è sempre qualcosa di più.

Allora inizio oggi. Inizio con Antonio. Antonio è “il mio amico fotografo”, il primo responsabile (suona meglio che “colpevole”, no?) di questo blog. La macchina fotografica che uso è una sua vecchia nikon D70. Me la ha venduta lui. Un po’ di rudimenti della fotografia con la reflex ha cercato di insegnarmeli lui (ma io non ho imparato). Condividiamo da anni un piccolo studio dove lui scatta fotografie, mugugna su internet e fuma sigarette, mentre io e altre persone cerchiamo di fare i “grafici”. Ha i capelli più assurdi che io conosca, per la capacità di prendere qualsiasi forma per, però, non più di tre minuti. Poi tornano ad essere dritti, biondi, e inesorabilmente da pazzo. Il suo rapporto col cibo lo defiinirei, fondamentalmente, “puntuale”. Nel senso che quando ha fame, crollasse il mondo, deve mangiare.
Facciamo anche dei progetti insieme. Ci piace poi sfilacciarli all’infinito, persi nelle pieghe delle nostre nevrosi, dei nostri “oggi non posso oggi non mi va”. Ma prima o poi, li porteremo a termine. Lo so.

Ad Antonio, ma solo per casualità, si abbinano in sorte questi biscotti all’avena. Tutto perché li ho fatti ieri notte, e oggi li ho portati a studio (sì, io qui dico “a studio”… so che ci sono molte querelles su questo presunto errore…). Avevo nello stesso istante i miei due soggetti. Quindi, iniziamo. MA va detto che il cibo, il piatto che collego IMMEDIATAMENTE ad Antonio, e che un po’gli assomiglia, è un altro. È una bruschetta fantastica, una sua ricetta a base di pane abbrustolito, aglio, feta e paprika. Davvero, è lui. Sapori semplici e intensi, equilibrati, sembrano poveri ma in realtà sono un equilibrio esotico che non avete idea. Ma vabbè. Torniamo ai biscotti.

Sono molto semplici da preparare. La base mi viene, tanto per cambiare, da Siegrid Verbert e il suo cavoletto di bruxelles.
Accendete il forno a 180°. Mescolate insieme 170gr di burro fuso, un uovo, 100gr di zucchero semolato e 85gr di zucchero di canna. Aggiungete 165gr di farina setacciata, una presa di sale, mezzo cucchiaino di lievito per dolci, e 150gr di fiocchi di avena. Nel frattempo ho fatto rinvenire nel latte un po’ di mirtilli rossi essiccati. Li aggiungo alla fine all’impasto, mescolando bene. Lo lavoro con le mani fino a farne una specie di cilindro (non sarà facile, l’impasto tende ad essere mlto molto morbido e appiccicoso, magari un pochino di farina in più vi aiuterà), e lo faccio riposare in frigo per un quarto d’ora, più o meno.
Preparo una teglia piatta con carta da forno. Tiro fuori dal frigorifero l’impasto, e inizio a stenderne delle cucchiaiate sulla teglia, cercando di fare in modo che siano un pochino regolari. Lasciate abbastanza spazio tra un biscotto e l’altroperché tendono in cottura a allargarsi e gonfiarsi un po’. Infornate per 10-15 minuti. STATE MOLTO ATTENTI. Perché in un attimo i biscotti si bruciano e c.i.a.o. non sono più roba commestibile ma un monumento al rimpianto. Sfornateli, fateli freddare (appena caldi sono ancora troppo morbidi) e… e bon appetit.

Dark

19 gen

Subwoofer è scuro, di un verde quasi nero, come il bosco in cui si perdono Biancaneve o Hansel e Gretel. Come la foresta immensa che ricopriva l’Europa, dove regnavano il lupo, il cervo, l’orso.
Scuro come la magia nera e gli incantesimi di amore, di sesso.
Scuro e gustoso come il cioccolato amaro, scuro e morbido come il velluto nero, scuro perché fitto di foglie, che ogni tanto hanno un lampo verde, come uno smeraldo in una miniera, o viola, come occhi stregati.
Scuro come le acque in cui ci immergiamo per trovare l’oblio, scuro come i gradini che ci portano nel mondo dei sogni.
Scuro perché troppo denso di colori. Scuro come il sangue, che diventa torbido quando siamo toccati dal demone.

Fatti scoprire dalla bestia. Fatti mordere. Party animals.

@Gianluca Manna

Le magliette di PORN TO BE ALIVE sono arrivate!

30 nov
Style and support!

Puoi avere la tua maglietta:

- durante i 3 giorni di iniziativa di PORN TO BE ALIVE (venerdì 2 dicembre @ Muccassassina / sabato 3 dicembre @ Locanda Atantide / domenica 4 dicembre @ Volturno Occupato)

http://www.facebook.com/event.php?eid=178316122258023

- puoi ordinarla online inviandoci una richiesta via email (subwooferbears@gmail.com)

- puoi trovarla in vendita presso la Sauna Mediterraneo di Roma (Via Carlo Villari 3)

La maglietta costa 10 euro + spese di spedizione (3euro).

Prenotala subito inviandoci i tuoi dati (indirizzo e taglia) a:

subwooferbears@gmail.com

(Il pagamento è attraverso PAYPAL o POSTEPAY).

SOSTIENI LA NOSTRA CAMPAGNA.

BE PORN TO BE ALIVE.

Tutte le info sull’iniziativa PORN TO BE ALIVE:

http://www.facebook.com/event.php?eid=178316122258023

http://orgogliosamentelgbtiq.blogspot.com/

Vecchie illustrazioni / 40 anni dopo.

28 nov

Tin Tin e Haddock, qualche annetto dopo le loro prime avventure.  Illustrazione vecchia ma… ma la amo.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 316 follower