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People & Food Project. #2 Sara ovvero Crema di Mascarpone, Latte di Mandorle e Fragole.

12 mar

Avete presente il colpo di fulmine? Ecco. Così è stato tra me e Sara. Ma non un banale coup de foudre; no, è stato un colpo di fulmine prodotto da una catena di colpi di fulmine. Colpi di fulmine amicali, ma non per questo meno forti di quegli innamoramenti che poi magari non riusciamo a gestire perché troppo violenti e ci lasciano consumati e quasi delusi, alla fine.. Invece qui parliamo di una amicizia nata su facebook, cresciuta a suon di battute, alimentata da interessi comuni, solleticata da curiosità e incrementata e resa reale da visite a Torino (mie) e a Roma (di Sara, ma sempre troppo poche, e lei lo sa!!!).

Sara, o Saretta, è  piccola, minuta, non si impone per stazza o prestanza fisica (ma va detto, si circonda sempre di omoni niente male… tutti rigorosamente gay! O quasi). Ma è una persona di cui percepisci subito la forza nonostante le apparenze.

Sara ha una storia complicata dietro. Dico dietro, pur pensando che non è vero che il passato è alle nostre spalle, e senza passato non ci sarebbe il presente… Ma un’altra cosa che Saretta ha, è che, pur con un vissuto che bussa sempre alla sua porta (rompendole parecchio i maroni peraltro), lei pensa al futuro e fa progetti. Insomma, questa piccina qui se non si fosse capito è di acciaio inossidabile (nonostante i raffreddori e i febbroni continui, neh). Ma ha anche una dolcezza innegabile, e un sense of humor che in parte vivo come vicino al mio. Quindi come potevo resistere, mentre leggevo i suoi post sul profilo del nostro amico comune Cesare, (la nostra “AMIGAH”) e rispondevo, dentro di me già pensavo “Ma chi è ora ‘sta tipetta tutto pepe?”. Avevo davanti una icona gaya e non lo sapevo ancora. Solo lei sa salutare con la mano a cucchiarella stile Regina Elisabetta Seconda con regale eleganza, magari da un carro del Pride. Un po’ teatrale? Il teatro è una delle passioni di Sara. Non sarà quindi un caso…

Sara ha anche una altra innegabile, importantissima qualità. Cucina benissimo. :) E cosa molto molto importante, della sua passione ha fatto anche il suo lavoro. Cucina cucina cucina. Prova, esperimenta, spignatta, per se, per gli altri, per il suo amore di Lemming, sa cosa vuo, dire la fatica in cucina ma non per questo la sua passione viene meno.
A questa Iron Lady spiritosa e acuta ho dedicato ed accostato un dolcetto molto molto semplice. Non si tratta altro che di una cremina di mascarpone. Come Sara piccola e semplice, ma come lei riserva delle sorprese.

Intanto la crema in questione unisce il Nord ed il Sud Italia (come Sara che è nata al nord, ma…). Perché è a base, sì, di Mascarpone. Evabbè. Ma a questo va aggiunto un componente delizioso, ovvero la Pasta di Mandorle, e per la precisione quella pronta in panetti per fare il latte di mandorle, o Orzata, quella delizia siciliana un po’ retro (direbbe Fiammetta Fadda), che fa Vintage… :)
Sciogliete la Pasta di Mandorle in un pochino di latte, e poi frullate il tutto. Dopodiché aggiungete rapidamente e delicatamente il mascarpone, aggiungete un pochino di essenza di fiori di arancia (credetemi, è fondamentale), zucchero a velo e un po’ di panna (poca). E infine, per tutta sta roba (tipo 500gr di mascarpone, 100gr di pasta di mandorle, 80 di zucchero e un pochino di panna, a occhio e croce), se avete paura che il tutto possa risultare troppo liquido, aggiungete un foglio di gelatina (che farete prima inumidire in acqua fredda, e poi sciogliere in un po’ di latte caldo). Tutto si terrà perfettamente.
Mescolati gli ingredienti, versateli in coppette individuali, e lasciateli raffreddare per almeno tre – quattro ore in frigorifero. Serviteli insieme a delle fragole tagliate a fettine spesse. Potete anche sostituire le fragole con qualcosa di più esotico, come del mango, o del frutto della passione, altrimenti con dei biscotti fatti in casa. Il risultato è sempre ottimo.

People & Food Project. #1 Antonio e i Biscotti all’Avena.

7 feb

Antonio Ranesi detto b.i.c.

Colazione con Biscotti di Avena e Mirtillo Rosso

Molte volte mi sono chiesto per quale ragione il cibo ha tanto peso nella mia vita. E mi sono dato tante risposte, tutte diverse, alcune anche incompatibili tra loro. Ci sono risvolti psicologici così banali da farmi pensare che siano assolutamente veri (non esiste cosa più reale dei luoghi comuni, no?). La storia familiare, costellata di persone golose e dedite alla cucina. Mio nonno materno, vera leggenda del pesto fatto in casa ( e del tormento mattutino, lui, il suo martello, i pinoli sul davanzale della finestra, mia madre che all’alba impazziva). Mia zia Nicoletta, che come dice sempre, ha imparato sposandosi, che prima non sapeva manco cuocere un uovo, e che mi ha insegnato, forse senza saperlo, il rispetto assoluto per chi in cucina prepara tagliatelle per dieci persone, sugo ai finferli compreso, cacciagione compresa, mele al forno con ribes compreso, dolce compreso, e caffè.. no il caffè lo fai TU. E tanti altri.
Forse un po’ di pura gola? Bulimia con a volte venature gourmand?
Forse sono ancora in fase orale? Che ne pensa la Sora Freud?

Rimane il fatto che per me il rapporto con il cibo ha un risvolto fondamentale. La convivialità. Il condividere il cibo con altre persone. E non è un caso che io ami, delle case che visito, le cucine, come luogo di chiacchiera eterna. Non è un caso che la mia cucina sia il microcuore della mia microcasa. E che ci si ritrova spesso a improvvisare cene anche in dieci persone lì dove, tra gente normale, ne entrerebbero quattro, al limite quattro-più-chihuahua.

Allora mi sono messo a pensare (uh!!). Ma non sarebbe carino fare non solo le foto ai piatti che (con alterne fortune) riescono meglio, ma anche alle persone che poi li mangiano, questi piatti? Forse racconterebbe qualche cosa di più interessante che solo una ricetta. Che tanto poi, si è capito, qui non è mai “solo una ricetta”, il cibo è sempre qualcosa di più.

Allora inizio oggi. Inizio con Antonio. Antonio è “il mio amico fotografo”, il primo responsabile (suona meglio che “colpevole”, no?) di questo blog. La macchina fotografica che uso è una sua vecchia nikon D70. Me la ha venduta lui. Un po’ di rudimenti della fotografia con la reflex ha cercato di insegnarmeli lui (ma io non ho imparato). Condividiamo da anni un piccolo studio dove lui scatta fotografie, mugugna su internet e fuma sigarette, mentre io e altre persone cerchiamo di fare i “grafici”. Ha i capelli più assurdi che io conosca, per la capacità di prendere qualsiasi forma per, però, non più di tre minuti. Poi tornano ad essere dritti, biondi, e inesorabilmente da pazzo. Il suo rapporto col cibo lo defiinirei, fondamentalmente, “puntuale”. Nel senso che quando ha fame, crollasse il mondo, deve mangiare.
Facciamo anche dei progetti insieme. Ci piace poi sfilacciarli all’infinito, persi nelle pieghe delle nostre nevrosi, dei nostri “oggi non posso oggi non mi va”. Ma prima o poi, li porteremo a termine. Lo so.

Ad Antonio, ma solo per casualità, si abbinano in sorte questi biscotti all’avena. Tutto perché li ho fatti ieri notte, e oggi li ho portati a studio (sì, io qui dico “a studio”… so che ci sono molte querelles su questo presunto errore…). Avevo nello stesso istante i miei due soggetti. Quindi, iniziamo. MA va detto che il cibo, il piatto che collego IMMEDIATAMENTE ad Antonio, e che un po’gli assomiglia, è un altro. È una bruschetta fantastica, una sua ricetta a base di pane abbrustolito, aglio, feta e paprika. Davvero, è lui. Sapori semplici e intensi, equilibrati, sembrano poveri ma in realtà sono un equilibrio esotico che non avete idea. Ma vabbè. Torniamo ai biscotti.

Sono molto semplici da preparare. La base mi viene, tanto per cambiare, da Siegrid Verbert e il suo cavoletto di bruxelles.
Accendete il forno a 180°. Mescolate insieme 170gr di burro fuso, un uovo, 100gr di zucchero semolato e 85gr di zucchero di canna. Aggiungete 165gr di farina setacciata, una presa di sale, mezzo cucchiaino di lievito per dolci, e 150gr di fiocchi di avena. Nel frattempo ho fatto rinvenire nel latte un po’ di mirtilli rossi essiccati. Li aggiungo alla fine all’impasto, mescolando bene. Lo lavoro con le mani fino a farne una specie di cilindro (non sarà facile, l’impasto tende ad essere mlto molto morbido e appiccicoso, magari un pochino di farina in più vi aiuterà), e lo faccio riposare in frigo per un quarto d’ora, più o meno.
Preparo una teglia piatta con carta da forno. Tiro fuori dal frigorifero l’impasto, e inizio a stenderne delle cucchiaiate sulla teglia, cercando di fare in modo che siano un pochino regolari. Lasciate abbastanza spazio tra un biscotto e l’altroperché tendono in cottura a allargarsi e gonfiarsi un po’. Infornate per 10-15 minuti. STATE MOLTO ATTENTI. Perché in un attimo i biscotti si bruciano e c.i.a.o. non sono più roba commestibile ma un monumento al rimpianto. Sfornateli, fateli freddare (appena caldi sono ancora troppo morbidi) e… e bon appetit.

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