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Pane e companatico.

29 mar

Tutto sommato, è bello ricordarci che mettere le mani in pasta non significa solo fare politica e mazzette, ma anche tirare fuori una pagnotta. Vera. Di pane vero. E buono, anche. E in un momento critico come questo, in cui ti rendi conto che forse i Maya in realtà ci hanno azzeccato su tutta la linea (data a parte), fare il pane in casa ha un potere taumaturgico.
Servono solo farina (ma vera, però, macinata a pietra), lievito (non ho ancora provato a fare la pasta madre, ma intanto il lievito secco da pasta madre lo ho trovato e funziona benissimo), acqua, sale. E tempo, calore, e un po’ di olio (di gomito sicuramente). Poi il resto è tutto nelle misure e negli aggiustamenti, prima pesi gli ingredienti secondo la ricetta, poi però sta alla tua sensibilità aggiustare il tiro rispetto alle mille variabili possibili. Piano piano capisci che quella cosa che stai impastando è una cosa viva. Cresce, si gonfia, lavora. Più acqua, un pizzico di zucchero, un po’ di olio oppure no. Pieghi delicatamente. Impasti con forza. Incorpori altra farina piano piano. Dei semi, o degli odori, magari. Forse delle uova, o delle cipolle. Tieni a lievitare, rimpasti, e alla fine cuoci, nel forno caldissimo. Quello che esce è PANE. Pane, una cosa che sa di radici, di storia dell’umanità, di bibbia, porta il sapore di cucine dove non esisteva la luce elettrica, di quello che mi mangiavo, di nascosto, da bambino (perché non ero grasso ma già a dieta…), gustandomelo piano piano. Sa di odori che emanano dal forno e rendono improvvisamente accogliente anche un tugurio.
Metaforicamente, viviamo in una Italia-tugurio. Dove si palesa forme solo ora in forma compiuta e perfetta quello che è stato lo stallo politico di… non so, venti anni? In cui prima era difficile governare, ora anche solo pensare a un possibile governo. Nel frattempo tutto si sbriciola. Cosa c’è di meglio che mettersi a fare il pane? E così ritrovare anche se solo per qualche ora il senso di quello che un senso, alla fine, per davvero, ce l’ha.

PS E questa volta non ho solo fatto il pane, ma anche il formaggio.  O meglio il Labné. Non ci vuole veramente nulla! :) Si prodice questa sorta di formaggio cremoso facendo sgocciolare per qualche ora dello yogurt intero. Tutto qui!

pane2pane-+-labnèpane-+-labnè2Pane

Voto a perdere.

16 gen

Dopo il post sugli antenati, una roba quasi seria (quasi).

Spiegatemi bene questa cosa.
Il PD (il PIDDÌ, il partito di centrosinistra, dicono, che dovrebbe guidare l’Italia migliore, dicono, verso un futuro più giusto, dicono) prima ha scoraggiato in qualsiasi modo ogni possibile spostamento verso “sinistra”, mandando segnali di amore incondizionato verso i moderati e i conservatori d’Italia.
Ha svicolato su questioni etiche importantissime (dal fine vita alle questioni lgbt), con continue strizzatine d’occhio ai cattolici (e ripensiamo ai “Pantheon” dei candidati alle Primarie, please).
Si sono magnati vivo Vendola con le Primarie, senza invece cercare di cambiare in meglio – per i cittadini – la legge elettorale.
Grazie ai derogati e a mossette furbette, si tengono cariatidi cattoliche e supponenti come la Bindi (quella che ci dice che possiamo anche andarcene in Spagna, e via così) e company. E ciao ciao al rinnovamento interno.
Di Renzi, non ne parliamo.
Conducono una meravigliosa campagna di gettafango sul Movimento5stelle (per carità, non è che uno ami Grillo, ma magari chiedersi che cosa vuole tutta la gente che lo vota, no, eh?).
Cercano affannosamente di avere Monti dalla loro (Monti… dico, MONTI). Il che la dice lunga circa la visione del destino dell’Italia e degli italiani (e anche, tanto per aggiungere carne al fuoco, degli extracomunitari residenti in Italia, visto che della Bossi-Fini mi pare non freghi un cazzo a nessuno).
E essendosi accorti PERSINO LORO che gli italiani nonostante tutto si sono rotti-il-cazzo di essere presi per il culo (almeno si spera), e che rischiano di perdere anche queste elezioni, ora chiedono la desistenza e il voto utile.
Nel frattempo qualsiasi tentativo di compattare la sinistra su un minimo di programma laico, illuminato, decente, è accantonato dall’emergenza-Berlusconi.

Ma posso permettermi un sonoro “vaffanculo” ? Oui?
Straciao.

La galleria degli antenati.

15 gen

Ok, anche io ho la galleria degli antenati, nobiluomini e gentildonne, aristocratici e suffragette, vecchie pazze e enfants terribles. Eccoli qui.
Baci ai pupi.

Aunt Austerity

Aunt Austerity. Ovvero, fregarsene della crisi.

Bagonghi

Baby Bagongo. Ciao e straciao.

bimba

ProtoBarbie.

choosykids

Fornero? PPPPRRRRRRR.

cioccolataia

La zia cioccolataia.

fiammingah

Zia cafona in Vuitton.

grandmaman

Zia chic in Hermes.

indacar

Zia al volante.

IoIngres

Zia busta.

ioLiotard

La zia Marchesa.

ioRembrandt

Zio fiammingo.

la_zia_suffragetta

Zia manifesta

Noia,-noiae

Zietta dubbiosa

spazio1999-1

The future.

what-the-fuck

Scimmie.

zioProrsum

Cogito ergo ProrSum.

Fashion Crime

14 gen

Fashion Crime

Attenzione. Vi indichiamo alcuni grossolani errori commessi dalla middleage-d-wannabe signora che in Piazza San Pietro difendeva la fede dalle pericolosissime tette delle Femen:
A- anche se l’accostamento violadellasciarpa-melanzanamortadeicapelli è coraggioso e molto attuale, vi ricordiamo che a Piazza San Pietro una vera signora è SEMPRE tenuta a menare le mani con il capo coperto da un foulard di Hermes (se ricca), di padre pio (se povera), di madre teresa (se votata al signore).

B- La scarpa si intona meravigliosamente ai sampietrini bagnati, ma il tacco è TROPPO BASSO. Si tollera solo in caso di suore, suore laiche o di bigotte velate (un qualsiasi esponente maschio di area cattolica del PD)

C- NO NO NO! La pelliccia, pur donando innegabilmente uno status di “ho due euro in più delle altre poracce con i piumini Benetton e le borse Carpisa”, rende goffe proprio nel momento in cui serve maggiore agilità. Preferite sembrare delle lottatrici bulgare di lotta greco romana, o delle agili e stilizzatissssime golfiste anni trenta?

D- Un po’ di attenzione e di rispetto al luogo ove vi trovate e all’epoca evocata (alto medioevo, secoli bui). Per colpire una donna libera, nei pensieri e nei costumi, non si usa un ombrello, bensì una ben più coerente MAZZA CHIODATA (possibilmente d’epoca, frugate bene nelle segrete del vostro maniero).

Non commenteremo la mancanza di cilicio di ordinanza, e l’assenza di roghi, perché capiamo si tratti pur sempre di una situazione Last Minute, ma vi ricordiamo che una VERA SIGNORA ha sempre con se un kit completo di guanti-fascine-benzina. Noblesse oblige.

Ciccio.

26 dic

ciccio

Ciccio. Ovvero Puck detto Ciccio.
Sto scrivendo del gatto a pelo rosso con cui divido l’esistenza da ormai tredici anni e più. In verità, avevo scritto “il mio gatto”. MA (come sa chiunque divida casa con un gatto), non è il “mio” gatto. Casomai, io sono il “suo” umano. Ma in fin dei conti non credo che a Ciccio importi molto il possesso di un bipede, mi pare molto più interessato a ribadire la sua proprietà esclusiva su altro, come le buste e le scatole di scarpe, il divano, il rubinetto della cucina, e i dieci metri intorno alla lettiera.

Comunque. Siccome tredici anni sono tanti, siccome alla fine è una convivenza importante, siccome un legame con questa creatura pelosa e roscia c’è, mi sembra doveroso scriverne almeno un po’. O almeno un post.

Iniziamo intanto con il chiarirci su alcune cose. Sono forse io come tanti e tante che riversano il loro desiderio di amore insoddisfatto nel rapporto con un animale? Forse. Sono forse uno che antropomorfizza i comportamenti del succitato felino in barba a ogni studio di etologia? Forse. Sono uno di quei deficienti che davanti al micio inizia una serie di versetti grugniti mugugni che nemmeno di fronte a un neonato? Si. Lo sono.

Ma ci sono delle cose da dire. Chi ha il privilegio di dividere un pezzo di esistenza con un animale credo mi possa capire. A parte le stucchevolezze classiche, le moine e le proiezioni di noi uomini su cani gatti e company, con questi esseri si stabilisce un rapporto speciale e profondissimo. Ne sono convinto. Non sono un grande esperto dei legami uomini-animali, ho letto qualche libro che credo sia straclassico, come L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, o La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell e poco altro, e sicuramente esisteranno meccanismi psicologici che a me sfuggono e che spiegheranno tutto seccamente ed efficacemente. Ma rimane sempre e comunque un’area più scura e misteriosa, quella che poi mi intriga di più e che mi piace esplorare. Quella dei confini. Dei confini, ad esempio, tra me e Ciccio.

Sono pazzo? Eh. Forse. Ma negli anni, approfondendo il rapporto e la conoscenza con il gatto di casa, mi sono reso conto di alcune cose, che sembrano banali ma poi alla fine tanto banali non sono.
Per esempio. Con Ciccio io riesco a comunicare. Oh dico, ma vi pare una cosa così scontata? Chiaramente non ci facciamo delle grandi chiacchierate su Kant, sugli Ufo, o sulle ultime mutande di American Apparel (peraltro, down with slip a contrasto bianco-colore, up with tinta unita scuretta e polverosetta). Ma la nostra coesistenza è regolata anche dalla comunicazione. Dai suoi miagolii di richiesta di attenzione o cibo, protesta, disappunto, e scoglionamento (si, ebbene si… quando lo caccio dal lettone e lo mando a dormire sul divano, emette un miagolio scocciato che è solo coniato per l’occasione). Dai miei richiami di cui capisce perfettamente il significato (un certo verso equivale a “si, si, ora ti do da mangiare”, un altro a “puoi scordartelo”, per esempio). A voi pare ovvio e scontato. Oh beh, è così, gli animali domestici sono il frutto di una selezione plurimillenaria anche in base alla capacità di comprendere dei semplici comandi etc etc… Ma a me sembra miracoloso. E affascinante. Mi pare miracoloso che due esseri appartenenti a specie diverse, che vedono diversamente il mondo (un gatto non percepisce tutti i colori che percepiamo noi, se non sbaglio, ma ha con gli odori una mappatura del mondo che noi non immaginiamo… per dirne una), riescano poi a trovare un codice per scambiarsi informazioni. Succede con cani e gatti (cavalli, tigri, delfini, elefanti, etc etc… chiaro), ma succede anche con gli uccelli, e lì parliamo di esistenze ancora più distanti dalla nostra. Ricordo due sule dai piedi azzurri che, quando facevo il servizio civile alla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) di Livorno, mi venivano incontro esattamente come un qualsiasi cucciolo di casa per pretendere il pesce che gli davo da mangiare, mentre gabbiani e aironi aspettavano più diffidenti che lasciassimo le voliere per avventarsi sul cibo. O anche una cornacchia (evidentemente abituata ai rapporti con gli umani) che veniva a farsi grattare la capoccetta quasi facendo le fusa. Certo, gli davamo da mangiare noi. Chiaro. Ma in ogni caso, con alcuni di loro (e parliamo di uccelli selvatici, provvisoriamente in riabilitazione per poi essere liberati) si creavano dei canali di comunicazione. Ecco, io già di questo non finisco di stupirmi. Ingenuamente, assai probabile. Ma tant’è. E in tutte queste situazioni, mi chiedevo e chiedo dove sta quel limite che poniamo più o meno arbitrariamente e che ci distingue e separa dagli altri animali. Perché più ho esperienza, e più mi pare che sia soprattutto un discorso di differenza di linguaggio, più che di sostanza. Non sto antropomorfizzando, credo. Al contrario, direi che sto cercando quel territorio comune tra specie diverse. Sto animalizzando l’uomo, diciamo.

C’è poi un secondo aspetto che mi ha sempre colpito, e che non posso dare per scontato. Ovvero: Ciccio è Ciccio, e non  “un gatto” e basta. È un individuo. Felino, non umano. Ok. Ma ha un suo carattere ben preciso, Diverso da tutti gli altri gatti con cui ho avuto a che fare, soprattutto dalla gatta che stava con noi a casa dei miei genitori quando vivevo con loro, ovvero Marta. Questa era più autoritaria, assertiva, possessiva, stizzosa, permalosa (permettetemi questi aggettivi così umani, ma era davvero così). Ricordo per esempio che dormiva sempre ai piedi del mio letto, ma SOLO se rientravo a casa entro l’una e mezza-due di notte. Altrimenti, mi aspettava dietro la porta di casa come semre MA, invece di un miagolio di accoglienza, mi fissava muta ed incazzata per il ritardo (yesssssss, orologi biologici, mi sa), mi voltava acidamente le spalle e andava a dormire in cucina assai delusa. In questo era sorprendentemente puntuale. Non amava essere presa in giro e chiaramente faceva capire molto chiaramente chi le era simpatico e chi no. Capiva perfettamente quando litigavamo ( e si metteva in mezzo) e quando facevamo finta (ci guardava perplessa come a dire “ma siete proprio scemi? credete che IO ci caschi?).
Ciccio invece è molto più tranquillo, non pare serbare rancori o pretendere puntualità notturne, ma casomai sviluppa una notevole impazienza mattutina (ovvero, apri la porta, dammi la colazione, ORA!). Si appiccica a tutti indistintamente, è meno sulle sue, sbavicchia su chiunque, e fa delle fusa spropositate. Adora il contatto fisico e gli piace proprio stare sempre in mezzo. Generalmente è buffo, goffo, un pessimo cacciatore, molto lagnoso e goloso.
Questa cosa che Marta era Marta e Ciccio è Ciccio, mi ha sempre stupito. Perché poi alla fine con questi due gatti ho stabilito un rapporto unico, irripetibile, e mi ha fatto pensare tantissimo.
Si perché anche lì, tu sei uomo, lui (o lei) è felino, ma poi il rapporto che si crea è tra due individui di specie diverse. Normale, ok. Banale? No. Affatto. Nella mia ottica questo mette in discussione tante cose su come noi culturalmente (ma anche “di pancia”) percepiamo gli animali, le persone, chi ci sta vicino. Mi chiedo ad esempio, se io e Ciccio siamo lontani come specie, ma in fondo come individui con tutte le nostre differenze siamo vicinissimi (sicuramente più vicini che io e Renato Brunetta, per dire). Mi chiedo quanto la convivenza abbia formato me e lui, reciprocamente, pur essendo io un ometto e lui un gattone, e se è una questione di individualità, o di dna in comune, o di un mix tra le cose.

In ogni caso, non credo che riuscirò mai ad avere delle risposte, e forse se le avessi non mi piacerebbero. :) Rimane il fatto che:
- a – penso che per gli animali tutti dobbiamo avere un profondo rispetto, proprio in quanto animali (come noi) e non perché simili-all’-uomo.

- b – non so se Ciccio si riterrebbe fortunato ad essere capitato a vivere con me. Ma sicuramente io mi ritengo fortunatissimo ad aver allacciato un rapporto interspecie (si può dire così?) con un Signor Gatto così simpatico e cui voglio profondamente bene.

- c – è importante indagare e amare i confini, come dico sempre, le zone poco definite, le aree sfocate, i coni d’ombra tra le cose. Ci aiutano a relativizzare le differenze, e a trovare dei territori in comune inaspettati ma bellissimi.

Bullismo o Omofobia, chiamatelo come vi pare.

22 nov

Sono secoli che non scrivo nulla sul blog. Poca voglia, pigrizia, dieta (sì, la dieta…). Poi succede un fatto. Succede che un ragazzo di 15 anni si toglie la vita. Perché? I compagni lo prendono in giro. Perché è gay. Forse. Non si sa. La vicenda è sui giornali, e scatena emozioni forti, tanto forti anche su di me. Mi risale su tutta la mia infanzia e la mia adolescenza. Ricordo le prese in giro subite, ricordo come facevo buon viso a cattivo gioco perché avevo paura anche di prenderle (sempre stato piccoletto, rigà). Ricordo con molta vergogna anche quelle volte in cui io mi univo agli altri per sfottere qualcun altro, era umano non sentirsi sempre l’oggetto dello sfottò, ma non per qusto era meno orribile. Ero stronzetto, mh?
Poi si cresce, per fortuna, e si fanno delle scelte. Si sceglie di essere meno vigliacchi, inizi a renderti conto che se prima non combatti i pregiudizi che ti porti dentro non potrai fare nulla… Insomma, si cambia. Ma certe ferite te le porti sempre dentro, e fatti come questo le riaprono tutto di un botto. Ti manca il fiato, ti assalgono delle immagini e dei ricordi, le guance arrossiscono, il tempo si appiattisce, e il passato è lì.

Mi ricordo una volta, alle elementari, che ci si divise tra maschi e femmine per giocare a una specie di acchiapparella selvaggia, maschi contro femmine appunto. Mi ricordo che ero ben felice di ritrovarmi tra le ragazze a inizio gioco per poi finire nuovamente tra i maschi, in una sorta di capovolgimento della cosa, perché così mi avrebbero comunque accettato tra loro. Ero felice, ma contemporaneamente qualcosa non quadrava. Mi vergognavo. Non capivo bene perché, ma mi vergognavo. Ero omofobo, verso di me? Misogino? Bullo in genere? Non lo so.

Mi ricordo anche quando facendo i tre giorni per il famigerato servizio militare (che non ho fatto, ma ho fatto il servizio civile, thx god) l’ultimo giorno andai a colloquio con un ufficiale che mi fece delle domande. Avevo una maglietta, quel giorno. Una maglietta del concertone del Live Aid (era una luminosa mattina del Giurassico). Mi guardò schifato, chiedendomi perché avevo quella maglietta (che cazzo di domanda, eh). Era omofobo? Era machista? Militare tout court? Bullo? Non lo so, mi sono scordato di chiederglielo.

E ricordo anche due fighetti al liceo (Liceo Classico T.Tasso, la scuola di sinistra a Roma, fucina di cervelli cervelloni cervelletti e radicalissime chiccherie, me compreso), che facevano due o tre battute (“battutine” rende meglio) a me e un mio amico, a ricreazione, sfottevano e poi via, non è che gli dessimo nemmeno tanta soddisfazione, in fondo. Eravamo troppo abituati a non reagire, non credo ci provassero gusto. Mi ricordo anche che uno dei due era bellissimo. Un ricciolone biondo, bello e atletico, naso aquilino e scucchia di ordinanza. Io, alto dodici centimetri, cicciotto, e col capello insensatamente riccio-crespo. Senza fiato. Stesso pianeta mondi diversi. Che era? Bullo, omofobo, tutte e due le cose? Erano solo battutine innocenti (non prendertela, cazzo, no? è una battuta), o erano il sintomo del razzismo che nessuno ammette di provare (tranne qualche stronzo che ne va fiero, certo)? Vorrei chiederlo a lui, ma credo di non sapere manco come si chiamasse.

Ne ho tanti di ricordi così. Ne ho anche di peggiori. Non ha importanza, mi dico. Sono cresciuto, ho superato certe cose. La gente così ora mi fa quasi pena. Mi dico. Mi racconto.
Poi un ragazzo muore. Si toglie la vita non si sa bene perché. E io (io, anaffettivo, un po’stronzetto, decisamente preoccupato più che altro da come mi cadono adesso i pantaloni, ora che ho ritrovato-la-linea), io dicevo, mi sento tutto che risale su. Mi viene un colpo. Una emozione forte. Leggo della vicenda on line. Leggo i commenti. Mi sale una rabbia infinita, insieme a un dolore che è vecchio ma anche nuovo. Qualcuno si mette a cercare di capire se era omofobia, o bullismo. Fa davvero tanta differenza? La fa veramente? Si tratta sempre di una forma di violenza, di sopraffazione, di pregiudizio. Punto. Iniziamo a combatterla. A combatterla per quello che è, razzismo, paura del diverso, paura di stare da soli, e lottiamo contro ogni forma di pregiudizio a partire da quelli che ci portiamo appresso.

Ora pare che in realtà il ragazzo che si è tolto la vita non vivesse in un contesto omofobo, non fosse bullizzato. Negano i professori e i compagni. Spero sia così. Lo spero tanto (anche se sinceramente non credo proprio quasi più in nulla, ormai). Ma la vicenda comunque porta a galla un sacco di pensieri, e rimane un assunto fondamentale. Che violenza, bullismo, razzismo, omo e transfobia, intolleranza, odio verso i nomadi, disprezzo per i portatori di handicap, antisemitismo, misoginia, discriminazioni in base al genere, al censo, allo status sociale, alla religione o alla non-religiosità, all’orientamento sessuale, alle idee e agli orientamenti politici, alla forza o alla debolezza…insomma, tutto questo insieme di roba qua dai mille nomi ma che ha una sola unica sostanza, va COMBATTUTO. A partire da quella che ci portiamo dentro, se riusciamo a leggerci dentro un pochino.

Cara Rosy

19 lug

 

Oh beh. Scrivo un post sulla bacheca di Rosy Bindi (beh è possibile farlo, per chiunque stia su Facebook). Un post che esprime il mio pensiero, certo non affine al suo. Ma senza insultarla, semplicemente esponendo con pacatezza il mio punto di vista dopo le sue uscite infelicissime riguardo i matrimoni “gay”.
Il post per ora NON è stato cancellato. Ma comunque, per chi facebook non ce l’ha, per chi ha paura di perderselo (solo io, ovvio), insomma… esistono gli screenshot.  Al post la foto la ho fatta. E ovviamente ve la ripropongo qui.
Riscrivo anche il testo, magari migliorando la punteggiatura. Lo ho scritto di getto, su una onda emotiva, e devo aver invertito un punto interrogativo qua con un ecsclamativo là. Ma insomma, il senso è chiaro. Quello è.
Ecco cosa le ho scritto.

Vede signora Bindi. Io sono uno di quegli attivisti “massimalisti” che vogliono tutto, ma proprio tutto, per tutti e tutte. Parlo del matrimonio per le persone omosessuali, gay o lesbiche che siano. Parlo delle unioni civili per etero e omosessuali, parlo di tanti altri diritti che forse Lei (colpevolmente, però) nemmeno sa essere negati.
Ieri è stata contestata, fischiata,incalzata alla Festa del PD, per il suo intervento circa queste questioni. Le sue risposte sono state scoraggianti (“con le vostre posizioni massimaliste scordatevi pure le unioni civili”) ma molto dirette e scoperte (nessun giochino, è il solito Do Ut Des al ribasso con cui lelettorato italiano è ricattato da quando il VOSTRO deus ex machina Berlusconi è apparso sulla scena (votate NOI per salvarvi da LUI). Fate i bravi o non avrete nemmeno quell’uno per cento che FORSE siamo disposti a concedervi.

Bene, signora Bindi. Una o due cose solamente. Intanto io non sono venuto a fischiarla perché, sinceramente, il suo partito non è mai stato il mio e quindi, come direbbe Lei, lo ho lasciato in pace. Ma chi è venuto ieri sera probabilmente era in gran parte del PD; il “Suo” partito. Suo? Forse loro. Era la “base”. Quella cosa che vi siete scordati esiste. Che non sono sudditi, se lo ricordi. Quindi se Lei crede di essere stata trattata con poco rispetto, pensi a chi vota per il “Suo” partito, a sentirsi trattare come un servo. E non parliamo di processi democratici. Voi parlamentari italiani ahimé non siete stati eletti con dei reali processi democratici, e lo sapete bene. E infatti, la riforma elettorale è ben lungi dall’apparire.
Ma poi, signora Bindi. Si rende conto che la Sua ( e non solo sua) incapacità di affrontare temi importantissimi per la nostra società senza pregiudizi (vuoi per limitatezza culturale, vuoi per interesse e calcolo, vuoi per ragioni psicologiche che qui nessuno vuole comunque indagare)… Questa incapacità appunto, ci consegna a un MedioEvo che sinceramente noi italiani non meritiamo.

Apra gli occhi, signora Bindi. Il mondo sta cambiando; ogni secondo scricchiola sotto il peso di eventi che non possiamo nemmeno controllare. Non sarebbe meglio lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi, non dico un mondo migliore, che ci credo assai poco, ma almeno la speranza che lottare per l’uguaglianza, per un mondo laico, equo, non sia una inutile perdita di tempo?
Grazie.

Ora, anche chissenefrega del PD, della Bindi, del matrimonio… Però, però però… Però sono stanco. Sono stanco di una politica arrogante, che manipola, che gioca con le parole, sulla pelle di tutti e di tutte. Sono stanco di gente che non ha più alcun rispetto per le vite delle persone che sono toccate dalla loro insipienza, dalla loro visione corta, dalla mancanza di respiro. Sono amaro, acido, disfattista. Ed è difficile trovare qualcosa di positivo in un semplice sfogo di rabbia, e che poi pare tutto muoia lì. Ma alla fine, intanto sperimento qualche barlume di democrazia, visto che posso esprimere il mio pensiero liberamente (almeno ancora posso), e dire chiaramente come la si pensi fa comunque bene. E poi, su facebook ci si confronta con altri, i commenti non sono solo una perdita di tempo. Ogni tanto qualche cosa mi colpisce, come ad esempio gli altri leggono le mie parole (illuminante, anche se difficile da affrontare a volte, vedersi letti da altri occhi). Un commento in particolare mi ha ricordato che il mondo migliore non si lascia in eredità alle generazioni future. Ma che bisogna prenderselo subito. Ecco, iniziamo, va’.
 

 

Dieta, Pride Park, Tacchino e Friggitelli. Ovvero, Chic and Sciatt.

20 giu

 

Basta poco per dare stile a una dieta da fame!

Ebbene si. Sono a dieta. Evidentemente tutte le quiche mangiate e sperimentate negli ultimi mesi hanno fatto fin troppo bene il loro lavoro, e quindi… e quindi, adesso ci aspetta un periodo di magra. In realtà vista la crisi il periodo di magra lo vivo già. Equitalia, Acea, Eni e Alice mi tartassano con una regolarità svizzera e insomma, per essere assolutamente in linea con i tempi, anche io mi alleggerisco un po’. I primi benefici effetti li vedo già. Riesco a zompettare allegramente senza sentire le mie ginocchia urlare, riesco a fare le scale senza polmone d’acciaio, e un buco della cintura in più è stato conquistato. Certo facile non è. Perché anche se a cucinare me la cavo, dover rinunciare a tutta una serie di cibi che amavo alla follia, fosse anche solo per un po’, non è semplice. E non è bello. Un amante dei formaggi come me, che si ritrova la scritta “Yocca” così, sbattuta su una scheda da un dietologo senza nemmeno avvertire prima… senza una piccola preparazione, tipo che so, “Guardi, si sieda. So che lei è un uomo forte… se ne faccia una ragione, per un po’ la parola Gorgonzola sarà solo una denominazione geografica per lei…”. Invece nulla. Senza pietà alcuna, ogni ambizione gourmand è stata spazzata via dal numero esiguo degli ingredienti buoni (che son pochi relativamente… tutte le verdure del mondo, per fortuna…) e dal lungo elenco di quelli vietati. Ma insomma, si sapeva. Quindi, ciccia. Ciao ciao pizza, addio tiramisu, benvenuta carotina.

Certo non ci manca la fantasia. E si fa di necessità virtù. Quindi, ecco che un pasto superdeprimente può diventare più gustoso se prepari del Tacchino con Friggitelli facile facile. I friggitelli li pulisci e li cuoci in padella con pochissimo olio (giusto il necessario perché non si attacchino) e un po’ di acqua, tenendo tutto ben coperto (sarà il vapore dell’acqua rilasciata dai friggitelli stessi a cuocerli, e visto che l’olio è pochissimo, non trasuderanno sugna (come certo piaceva a me.. coff coff). Il tacchino invece si fa a pezzettini e si mette a cuocere sulla piastra grigliata, senza olio ma con solo del sale sulla piastra. Una volta cotto mescolatelo ai friggitelli, e condite il tutto con olio a crudo, aceto di lamponi e un goccetto di succo di lime (sì, sì, ci sta bene, fidatevi). Meglio tiepido che freddo, in quanto tutto il pollame tende a indurirsi un po’ troppo se non lo disfacete un po’, o se non lo marinate. Se volete potete anche aggiungerci dei funghi che avrete cotto sempre sulla piastra, ci stanno bene.

Ok fin qui abbiamo capito che siamo a dieta. Ma cosa c’entra il Pride?
Beh. Intanto c’entra perché qui siamo in piena “stagione dei Pride”. E capite che sono particolarmente attivo in questo periodo. Poi perché il sunnominato Tacchino me lo sono portato appresso come pasto al piccolo Pride Park di Villa Gordiani, lo scorso weekend. Per tre giorni sono stato in uno spazio che vedeva sfilare sotto il mio naso Lasagne, Cannelloni, Insalate di pasta e altri carboidrati. Quindi con estrema forza di volontà ho resistito alle sirene nazional-popolari del punto ristoro “quasi una festa dell’Unità” (ma meglio e senza salsiccia grigliata) e sono stato BRAVISSIMO.

E che era ‘sto Pride Park?
Ecco, raccontiamolo un pochino.
L’anno scorso per l’Europride si era fatto un park a piazza Vittorio durato quasi due settimane tra mostre, eventi, spettacoli, proiezioni, dibattiti e presentazioni di libri, tutti a tematica lgbtqi. Il bello dell’iniziativa era vedere una piazza di Roma popolata da stand e banchetti delle associazioni lgbtqi, brulicante di attivisti, militanti, drag queen, indiani, passanti, gay, lesbiche, cinesi, fighetti del Pigneto, trans, etero, tutte persone capitate in una piazza DENTRO la città, che anche solo per caso avevano trovato la voglia e la curiosità di stare insieme. Un luogo vivo, quindi, lontano mille miglia da appuntamenti ingessati ed istituzionali, dai ghetti gay, e dalla stessa parata che, anche se momento festoso e politico nello stesso tempo, si svolge sempre in una città muta, vuota, tra l’indifferente e l’impaurito.

Questa esperienza, mutatis mutandis, la volevamo ripetere a tutti i costi anche quest’anno. Soldi pochissimi, tempi strettissimi. Stritolati tra burocrazie a volte incomprensibili, organizzazione un po’ dis-organizzata, tanti attori diversi e a volte poco abituati a parlarsi, abbiamo comunque fatto il nostro piccolo percorso. Ne è venuto fuori un piccolo park dentro Villa Gordiani: una tre giorni di dibattiti pepati, con momenti anche molto toccanti, ad indicare che le tematiche non erano mai banali e che abbiamo tutti e tutte preferito confrontarci con contraddizioni e criticità, piuttosto che ingessarci in degli pseudo talk show). Una tre giorni di spettacoli musica cabaret cinema e artevaria, con vette di una caciara che solo a Roma si può raggiungere (chi ha visto il karaoke, sa quello che dico) ma anche improvvisi spazi delicati, ironici, polemici, insomma, tante cose. A molti è piaciuto, ad altri no; certo è che come esperimento è lontano anni luce da altre situazioni patinate (e costose, eh, mentre ricordo che il park era gratis) cui tanti di noi sono abituati, quasi a pensare che nient’altro è possibile. E invece no, altre strade e altri percorsi esistono, e lavorando insieme si possono creare degli spazi attraversabili da ciascuno di noi. Spazi dove convivere e coesistere tra finocchi quasiventenni, lesbiche battagliere, azzimatissime trans senza un capello (o un cappello) fuori posto, amanti del cuoio, famigliole tradizionali e molto meno tradizionali, orsacchiottoni tutto zucchero e colesterolo, vecchietti della bocciofila, fricchettoni old school e new twinkies, basta solo avvicinarsi alle cose con curiosità e senza pregiudizio.

Chiudo quindi il post con questa microcelebrazione di tutte le persone che, anche litigando, sudando caldo e/o freddo, mettendoci la faccia, i soldi, tempo prezioso e know-how ancora più prezioso, hanno fatto si che si aprisse uno spiraglio nell’asfittica scena romana. Molto “alla romana”, appunto, con quella che amo definire la iperdemocratica mescolanza di principi e pezzenti, di stile e sciatteria, che è, appunto, il vero stile romano. :)

 

NOTA BENE: appunto per questo, il mio tupperware di plastichetta contenente il dieteticissimo pasto è diventato una scatola-bento con tovaglietta e bacchette stilosissime. Come da foto! :)

 

Autodeterminazione dietetica, ovvero resistenza alla lasagna.

Porco! (ma con rispetto)

16 mag
Arista di maiale con cipolline, aceto di lamponi e sale nero.

Arista di maiale con cipolline, aceto di lamponi e sale nero.

PORCO. Ma anche maiale e scrofa. Posso dire porco? Lo voglio dire senza che sembri un insulto, anzi. Me lo dico da solo, sono un porco. E, ribadisco, non sto insultando nessuno (ma suona male, eh?). Il fatto è che un bel po’ porco lo sono. Lo sono a letto. Ebbene si. Mi piace il sesso, mi piace farlo, mi piace farne tanto e mi piace farlo bene. E anche se sono un amante delle coccole, dell’aspetto più “dolce” del rapporto, della carezza, magari anche della risata (che a letto ogni tanto farsi due risate fa davvero bene), beh in ogni caso mi piace ancora di più se questo aspetto si mescola con una buona dose di sesso, arrapante e ben fatto.
E quindi? Quindi spesso chi ama il sesso viene definito un “porco”. Ok, qui ci sono dei problemi. Innanzitutto, la parola porco viene usata in senso assolutamente dispregiativo. E perché? Intanto, il maiale non è un animale che associamo immediatamente all’attività sessuale. Non è un coniglio, non si lagna e struscia su qualsiasi cosa come una gatta in calore (o come una cagna, se vogliamo restare lievemente insultanti), non mi pare stupri altri suoi simili come fanno gli oranghi, non si masturba in continuazione come le bonobo, insomma, ma che ha fatto il maiale per diventare sinonimo (spregiativo) di sesso?
il fatto è che il maiale è considerato un animale SPORCO (s-porco?). E anche il sesso, è considerata una cosa sporca. Almeno qui in Italia, da tanta gente. In questo paese sessuofobo e cattolico, moralista e prude.
Eppure, il maiale non è un animale sporco. Così come non lo è il sesso. Il maiale è un animale molto pulito e molto intelligente, che come unica colpa ha quella di essere troppo buono e piacere molto all’onnivoro, gourmand essere umano. E siamo noi umani-poco-umani che li teniamo in allevamenti intensivi, imbottiti di antibiotici perché in quelle condizioni qualsiasi essere vivente si ammalerebbe, tirandoli su come fossero dei pezzi di ricambio per auto e non degli esseri viventi.
Premetto. Ho provato ad essere vegetariano, e ci sono riuscito per qualche anno. Poi una notte mi sono svegliato così, di botto, con un desiderio IMMENSO  di pane e prosciutto crudo. Quindi ok, anche io mangio carne. Carne di porco. Ma cerco di rispettare la vita che è stata sacrificata per darci arrosti, prosciutti e salsicce prelibate. Vorrei consumarne il meno possibile (non facile…), cerco di cucinarla il meglio che posso, e poi… E poi insomma, fatemi riabilitare il nobile porco.

Quindi, dicevamo: sono un porco. Non lo nego affatto, anzi. ne sono contento. Sono felice che le mie pulsioni erotiche (ma non solo, anche pura e semplice curiosità di vedere il mondo) siano state fin da subito così potenti. Da ragazzino gironzolavo per i quartieri di Roma e Perugia chiaramente a caccia di guai, non sapevo ancora cosa stessi cercando (a 13 anni lo avrei scoperto in un istante…) ma sicuramente NON andavo a catechismo, il pomeriggio… Forse tutto iniziò lì, da quei pomeriggi passati fuori casa, tra Montesacro e il Tufello, in cui la pancia mi guidava per strade, stradine, giardini, per cortili deserti, salendo e scendendo le scalette del quartiere… Ho fatto un sacco di cose che non dovevo fare (prima o poi ne scriverò…), ho imparato tante cose dalle mie cazzate, e ho inziato a esplorare il mondo con un pelo di coraggio in più, perché ero da solo. Ma non potevo farne a meno. E tutte le esperienze fatte, comprese le più brutte e violente, mi hanno in qualche modo salvato la vita. Nel senso di salvarmi da una vita che non avrei mai voluto, troppo tranquilla.

Da lì a scoprire il sesso, il piacere (anche letteralmente) della carne, la gioia del contatto… promiscuo o no, a rischio o meno (quando ho iniziato a fare sesso io, non si sapeva nulla di AIDS, prevenzione, preservativo… sono stato MOLTO fortunato…), in luoghi insoliti strappati alla città, in case più o meno consapevolmente ospitali, e poi, da maggiorenne, anche in saune e cruising… Insomma la mia carriera da porcello l’ho fatta. L’approccio “carnoso” (per non dire carnale) alle persone mi ha insegnato nuovi linguaggi e ho capito che possiamo comunicare anche attraverso i nostri corpi, senza scrivere e parlare. E senza sottintesi sentimentali e amorosi, che rischiano spesso di farti perdere di vista il punto fondamentale, ovvero che in quel momento quello che stai facendo vale solo di per se, non devi proiettare un futuro di amore su un presente di piacere per poterne godere. Senza  nulla togliere all’infinito, vertiginoso e delicatissimo istante dell’innamoramento, alla conoscenza del corpo della persona che ami e che ti ama… beh accarezzare qualcuno che non conosci e che probabilmente non vedrai mai più, abbandonartici, farci sesso con gioia esplorando fantasie e limiti… Vale tantissimo di per se.

E ‘sta lingua del corpo? Forse è una lingua promordiale e antica, ne abbiamo perso tanti segni e molte persone nemmeno vogliono più decifrarla. Invece a me delle persone che ho incontrato ha detto cose molto intime, belle, alcune dolorose. Alcuni corpi sono timidi e scontrosi, altri insospettabilmente si aprono a qualsiasi esperienza, guidati solo dal desiderio del piacere. E la testa li segue volentieri.

Ecco, alla fin fine, essere porci è una gran cosa. E appunto, per onorare l’animale che ci dona non solo la sua carne (tutta!), ma anche il suo nome, tiro fuori per voi un delicatissimo, succosissimo Arrosto di Maiale con Cipolline e Aceto di Lamponi.

La ricetta è molto semplice, il trucco è solo nell’usare sempre ingredienti sceltissimi.
Per prima cosa, prendete un bel aezzo di Arista di Maiale, tenero e rosato. fatelo rosolare con dell’Olio Extravergine di Oliva in una pentola, a fuoco vivace. Appena inizia a colorarsi, sfumatevi tre cucchiai di Aceto di Lamponi e aggiungetevi delle Cipolline Borretane pulite. Abbassate il fuoco, e fate cuocere per una quarantina di minuti a fuoco lento, mantenedo sempre umido l’arrosto e le cipolle, aggiungendo di tanto in tanto un po’ di Aceto di lamponi e di Olio, nonché ogni tanto un goccio di latte. Verso fine cottura, quando la carne sarà cotta e le cipolline inizieranno a disfarsi in una crema, aggiungete una manciata di sale (io ho usato del Sale Nero delle Hawaii, in quanto il sapore leggermente affumicato lo rende sublime con il maiale, e anche per la sua consistenza che continuerà ogni tanto a scrocchiarvi sotto i denti. CRUNCH!). A fine cottura, fate raffreddare, tagliate il maiale a fette sottili, e servitelo con le cipolline e il fondo di cottura ridotto leggermente.

Oink! Oink!

Un’altra quiche? Ovvero di come gli asparagi ti fanno tornare bambino.

19 apr

Si, si, a me piacciono le quiche. Evidentemente sono davvero gay in questo. Ma insomma, come si fa a non amare quello scrigno di pasta che racchiude ingredienti gustosissimi? Quindi se ne propongo ancora una, non se ne abbiano a male gli amanti delle graziose e zuccherine cupcakes che hanno ormai soppiantato il morbido muffin nel cuore dei foodies. Non me ne vogliano gli amanti della zuppona di cereali, calda o fredda, local o global, che sia estate o inverno. Non si arrabbino gli adoratori dell’arrosto (che avranno presto una ricettina tutta per loro). Né mi maledicano i fan del primo piatto passepartout, della pasta svelta con verdure e quelcertononsoche, la spezia di turno o la fetta di lardo gourmand. Anche stavolta la star è una quiche.

Ok, va bene. Ma CHE quiche è? Iniziamo col dire che siamo in primavera e per me primavera significa verdure. Soprattutto ALCUNE verdure. Gli asparagi. Li amo, li ho sempre amati. La mia passione sono quelli selvatici, piccoli, sottili, gustosissimi, da cucinare senza lessarli prima, direttamente in padella, amarognoli e saporiti. Anche gli asparagi bianchi, pallidi, delicati, serviti con salse burrose, mi piacciono. Un po’ meno di quelli selvatici, ma insomma.
Solo che ogni volta che mangio gli asparagi, c’è la manfrina del “lessali prima” che li fa diventare mosci (ed è una parola BANDITA da molti miei vocabolari – ehm!) e acquosi… Per niente appetitosi, insomma. Ma… ma forse, almeno per alcune preparazioni, l’idea c’è.
Se devo cuocere degli asparagi per una pasta, o, guarda caso, per una quiche, l’ideale è, dopo averli puliti se necessario, TAGLIARLI PRIMA a pezzetti (e non dopo una volta lessati) e sbollentarli appena in modo che siano ancora duretti e croccanti, e poi fargli finire la cottura in padella, saltati con un po’ di olio o di burro. Rimarranno comunque al dente, ma saranno molto più saporiti. E faranno da sublime condimento per una pasta semplicissima (aggiungete solo pepe nero e parmigiano… e vedrete) o per, appunto, una quiche.

E che altro ci va in questa quiche?

Questa volta avevo voglia di sapori decisi. Niente mollezze, niente salsine delicate, zero burro. In questa quiche decisamente rustica, ho messo un mazzo di asparagi a pezzetti (trattati come sopra), due salsiccette a pezzettini, un pochino di guanciale croccante, tre cipollotti a tocchi, e del caciocavallo ragusano a dadini. Poi, dopo aver spadellato il tutto per un venti minuti, ho versato della panna nel composto (una confezioncina piccola). Spento il fuoco, una volta che tutto è tiepido, ho aggiunto due uova intere e un tuorlo. Una rapida mescolata e con quello ho riempito la tortiera foderata con una bella pasta da quiche preparata prima (io ho usato 200gr di farina di farro, stavolta, con un uovo, 90gr di burro, sale e 25gr di acqua fredda). Infornate et voilà, dopo 25min di forno a 180 gradi, la quiche è perfetta.

Perfetta e saporita. L’asparago, delicato e aromatico, insieme alla salsiccia sapida e al gusto deciso del caciocavallo, si mescolano alla dolcezza della panna, mentre le uova e la pasta “à quiche” danno a tutto una struttura solida. Sono sapori che conosco bene. Sono quelli della campagna, di quando da bambino passavo un mese d’estate a Spoleto, nella casa dei miei nonni paterni.
La casa dei nonni. Ho dei ricordi molto netti di quella casa. Me la ricordo grande, tanto grande. Per me che ero abituato a un appartamento di città, a Roma, trovarmi in una villa a due piani era una cosa così strana. Non era solo l’effetto “Davide contro Golia”, che da piccoli abbiamo sempre e che ci fa sorridere da grandi, perché quello che ci sembrava enorme allora è piccolo, tanto piccolo adesso.
No, la cosa che mi colpiva era il vuoto. Lo spazio. Le stanze, il corridoio, il grande viale di ingresso, il giardino e il bosco, tutto era vuoto, silenzioso… L’ideale per un piccoletto come me, che scopriva ed esplorava il mondo, per di più quasi sempre autonomamente, da solo o col cugino spoletino di poco più grande.

C’era anche una casetta minuscola, nel bosco. Era un microrifugio per me e mio cugino. La avevamo arredata con dei quadretti di mio padre, e passavamo ore a leggere fumetti della Marvel e a scrivere LA canzone (in stile Sergio Caputo, vabbè… nessuno è perfetto, direi). Devo aggiungere che facevo anche altre cose, in un’estate particolarmente ricca di scoperte per me, ma forse il racconto del passaggio dall’infanzia all’adolescenza  lo facciamo un’altra volta… ehm… Per ora voglio tornare a quella casa bellissima e a quella campagna ricca e verde. e a quei sapori che non ho mai scordato.
Già. I sapori di quando eravamo piccoli. E chi se li scorda più? Per anni ho inseguito il sapore del tartufo nero, o scorzone, che pur non pregiato era buonissimo sugli strangozzi… E per anni ed anni ho cercato di ricostruire il sapore perfetto di un semplicissimo riso in bianco con prosciutto cotto e parmigiano… Che non aveva nulla di speciale se non per il fatto che mi era stato dato in ospedale, dove ero stato ricoverato per delle coloche renali, dopo giorni di digiuno… Doveva fare schifo, ma in quell’istante mi sembrò paradisiaco… e non sono mai riuscito a ritrovare quel sapore, dettato evidentemente non dalle qualità intrinseche del riso, ma dalla mia fame disperata… (oh beh, sì, avevo davvero MOLTA fame… e sì, lo ammetto, sono MOLTO goloso…). Ecco tra tanti sapori, anche gli asparagi (ma solo se sono buoni, saporiti, croccanti, verdi, e giovani) hanno il potere di portarmi in quel luogo lontanissimo ma così vicino che è la memoria (ok, qualche maligno direbbe che la MIA memoria manco è troppo vicina, ma vabbè…).

La prossima volta vi racconto della connessione pericolosissima tra la mollica di pane e le pulsioni erotiche di un preadolescente.

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