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Minimal.

22 mag
Micropagnottine di farro, gelée di carote e harissa alla rosa, gelée al pomodoro caramellato.

Micropagnottine di farro, gelée di carote e harissa alla rosa, gelée al pomodoro caramellato.

 

Minimale. Piccolo. Raffinato. Insufficiente a sfamare chicchessia. Snobbettino e fighetto. Vedetelo come vi pare, il fingerfood , che vi piaccia o no, quello è. Può anche essere composto dagli accostamenti più barocchi e audaci, ma se è (come deve essere) ridotto alle dimensioni di un boccone, allora minimal è la parola giusta. E anche da queste parti, nonostante le diete, la pigrizia, e mille altre rotture, ci si è avventurati nella esplorazione del fingerfood. Un tentativo di rendere qualcosa contemporaneamente essenziale, gustoso, e anche un pochino concettuale. Un piacere per gli occhi e per la gola. Certo, tutto molto personale, ma insomma, ecco il primo risultato dell’esperimento. Sono delle pagnottine minuscole (un boccone e via!) di farina di farro, servite insieme a due “bottoncini” di gelatina di verdure. Una, è composta di pomodorini caramellati, l’altra di carote cipollotto e Harissa alla rosa (una specialità che mi porta dall’Inghilterra la mia amica, gourmet, mamma di tre capolavori, e instancabile dj, Irene).
Le gelatine sono facilissime da fare. Prendi carote, cipollotti e li triti e metti a cuocere in una padella con un po’ di olio e facendo in modo che sia sempre liquido, senza asciugare mai (usate acqua, o vino, o latte come ho fatto io, insomma quello che vi pare). Quando tutto è quasi cotto, aggiungete la Harissa e fate finire la cottura. E poi frullate il tutto. Stessa cosa (separatamente, ovvio), per i pomodorini, che farete caramellare in padella con cipolla rossa e zucchero di canna (qui il liquido è assicurato dai pomodorini stessi).
Una volta frullate le due verdure, le addenserete con Agar Agar (ebbene si). L’Agar Agar è un addensante VEGETALE (viene da un’alga quindi niente colla di pesce, che è peraltro collagene suino se non sbaglio), che si scioglie in liquidi bollenti ( o quasi, circa 80°), addensa a temperatura ambiente (quindi non serve tenere in frigorifero quello che volete addensare), è insapore e inodore, e ha diversi gradi di gelificazione a seconda di quanto ne usate (può rendere semplicemente una salsa più densa, o può solidificare in maniera decisa un liquido).
Una volta addensate le due gelatine in due piatti, e sformate, con delle formine da biscotti il gioco è semplicissimo: tagliate, assemblate (qui in foto, il fingerfood è “scomposto” e impiattato, ma potete montare tutto su uno stecchino di bambù e GNAM), e il risultato quello è: un boccone basic, pane e companatico, ma reso essenziale, puro gusto, con anche un bel contrasto tra il pane così grezzo e le gelée che invece sono una specie di distillato-di-sapore.
Provateci. Nella sua snobberia (perché SI, il fingerfood è un po’ una snobberia), è buonissimo e geniale (non io, lui).

 

Pane e companatico.

29 mar

Tutto sommato, è bello ricordarci che mettere le mani in pasta non significa solo fare politica e mazzette, ma anche tirare fuori una pagnotta. Vera. Di pane vero. E buono, anche. E in un momento critico come questo, in cui ti rendi conto che forse i Maya in realtà ci hanno azzeccato su tutta la linea (data a parte), fare il pane in casa ha un potere taumaturgico.
Servono solo farina (ma vera, però, macinata a pietra), lievito (non ho ancora provato a fare la pasta madre, ma intanto il lievito secco da pasta madre lo ho trovato e funziona benissimo), acqua, sale. E tempo, calore, e un po’ di olio (di gomito sicuramente). Poi il resto è tutto nelle misure e negli aggiustamenti, prima pesi gli ingredienti secondo la ricetta, poi però sta alla tua sensibilità aggiustare il tiro rispetto alle mille variabili possibili. Piano piano capisci che quella cosa che stai impastando è una cosa viva. Cresce, si gonfia, lavora. Più acqua, un pizzico di zucchero, un po’ di olio oppure no. Pieghi delicatamente. Impasti con forza. Incorpori altra farina piano piano. Dei semi, o degli odori, magari. Forse delle uova, o delle cipolle. Tieni a lievitare, rimpasti, e alla fine cuoci, nel forno caldissimo. Quello che esce è PANE. Pane, una cosa che sa di radici, di storia dell’umanità, di bibbia, porta il sapore di cucine dove non esisteva la luce elettrica, di quello che mi mangiavo, di nascosto, da bambino (perché non ero grasso ma già a dieta…), gustandomelo piano piano. Sa di odori che emanano dal forno e rendono improvvisamente accogliente anche un tugurio.
Metaforicamente, viviamo in una Italia-tugurio. Dove si palesa forme solo ora in forma compiuta e perfetta quello che è stato lo stallo politico di… non so, venti anni? In cui prima era difficile governare, ora anche solo pensare a un possibile governo. Nel frattempo tutto si sbriciola. Cosa c’è di meglio che mettersi a fare il pane? E così ritrovare anche se solo per qualche ora il senso di quello che un senso, alla fine, per davvero, ce l’ha.

PS E questa volta non ho solo fatto il pane, ma anche il formaggio.  O meglio il Labné. Non ci vuole veramente nulla! :) Si prodice questa sorta di formaggio cremoso facendo sgocciolare per qualche ora dello yogurt intero. Tutto qui!

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The Queer Cookbook

28 feb

queercookbook

Bene. Non è che c’è solo una prima volta. Ce ne sono tante.

Lo scorso weekend, ad esempio, per la prima volta ho cucinato per 27 persone. Ventisette. Non sono poche, soprattutto per chi come me ha una cucina minuscola, tanta passione ma solo esperienza amatoriale come cuoco, ed è notoriamente portato più all’improvvisazione, che alla organizzazione e alla logistica. Ma tant’è. Ne sono uscito vivo, e soprattutto ne sono usciti vivi i ventisette avventori.
La cena. La cena era una cena di “raccolta fondi” per Genderotica (qui trovate un po’ di info a riguardo). Io ho preparato la cena a casa, per poi terminare tutto (nonché impiattare e servire) all’Hula Hoop, locale al Pigneto, superaccogliente. Il gioco era creare un menu vegetariano, dal sapore vagamente erotico, e dalla ispirazione queer, con un budget non altissimo e che però soddisfacesse l’appetito di un po’ di gente. Una sfida.

Intanto, diciamo pure che qualche giorno è trascorso sperimentando e provando le ricette. Poi, sabato, la spesa a Piazza Vittorio. E poi via! In cucina. Non da solo, altrimenti non ce l’avrei MAI fatta, ma con l’aiuto di un amico (anzi di un AMICO, ovvero Andrea). E in due giorni, sbuffando, provando, sfornando, sbucciando, lessando, fumando, ci siamo riusciti. Abbiamo preparato un menu “di tutto rispetto” (per me, almeno), e ce l’abbiamo fatta.

Ecco cosa abbiamo preparato, per il Menu che abbiamo ribattezzato The Queer Cookbook:
Queer Royal (ovvero un kir royal con chicchi di melograno)

prima entratina: Le Kinky Hummous ovvero Hummous di ceci agli agrumi, con anche un sentore di vaniglia. Non piccantissimo, anzi, molto aromatico, veniva servito con un crumble piccante, al coriandolo.

seconda entratina: Phagottini ovvero fagottini di gallette di riso (quelle vietnamite, degli spring rolls, per intenderci), al forno con ripieno di spinaci, pinoli, mandorle, verza e coriandolo

tertium datur: Black Leather Chili ovvero chili vegetariano con fagioli neri messicani, cipollotto, peperoni, e riso basmati, speziato con paprika affumicata e aglio affumicato

quarta portata: Ladies’ Toys ovvero verdure al forno (carote, patate, pomodorini caramellati, etc) in forma di sex toys (i pomodorini, per esempio, erano tipo palline delle gheishe, ) servito con del cous cous con harissa aromatizzata alla rosa e ras el hanout

dessert: L’Innocenza Ritrovata ovvero un bianco semifreddo di ricotta, zucchero, mandorle e zibibbo (ricorda il ripieno dei cannoli siciliani) servito con mango e fragoline di bosco fresche, e un po’ di sciroppo di lamponi freschi addensato con agar-agar

Quindi, un po’ di gioco e un po’ di sapori esotici, ricette non difficili da realizzare, soprattutto considerato che nel locale c’era solo un forno, ma nessun fuoco per cucinare, fantasia e mettersi in gioco.

Qui di seguito qualche fotina. Il risultato è stato una immensa soddisfazione per me, e pero anche per Andrea che mi ha assistito e aiutato con pazienza e creatività, per le amiche di Eyes Wild Drag che mi hanno concesso fiducia, per chi ha mangiato tutto…
Devo dire che un altro risultato è stato un mal di schiena a scoppio ritardato (ovvero tre giorni dopo), ma….. Insomma, ce la posso fare.

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Dieta, Pride Park, Tacchino e Friggitelli. Ovvero, Chic and Sciatt.

20 giu

 

Basta poco per dare stile a una dieta da fame!

Ebbene si. Sono a dieta. Evidentemente tutte le quiche mangiate e sperimentate negli ultimi mesi hanno fatto fin troppo bene il loro lavoro, e quindi… e quindi, adesso ci aspetta un periodo di magra. In realtà vista la crisi il periodo di magra lo vivo già. Equitalia, Acea, Eni e Alice mi tartassano con una regolarità svizzera e insomma, per essere assolutamente in linea con i tempi, anche io mi alleggerisco un po’. I primi benefici effetti li vedo già. Riesco a zompettare allegramente senza sentire le mie ginocchia urlare, riesco a fare le scale senza polmone d’acciaio, e un buco della cintura in più è stato conquistato. Certo facile non è. Perché anche se a cucinare me la cavo, dover rinunciare a tutta una serie di cibi che amavo alla follia, fosse anche solo per un po’, non è semplice. E non è bello. Un amante dei formaggi come me, che si ritrova la scritta “Yocca” così, sbattuta su una scheda da un dietologo senza nemmeno avvertire prima… senza una piccola preparazione, tipo che so, “Guardi, si sieda. So che lei è un uomo forte… se ne faccia una ragione, per un po’ la parola Gorgonzola sarà solo una denominazione geografica per lei…”. Invece nulla. Senza pietà alcuna, ogni ambizione gourmand è stata spazzata via dal numero esiguo degli ingredienti buoni (che son pochi relativamente… tutte le verdure del mondo, per fortuna…) e dal lungo elenco di quelli vietati. Ma insomma, si sapeva. Quindi, ciccia. Ciao ciao pizza, addio tiramisu, benvenuta carotina.

Certo non ci manca la fantasia. E si fa di necessità virtù. Quindi, ecco che un pasto superdeprimente può diventare più gustoso se prepari del Tacchino con Friggitelli facile facile. I friggitelli li pulisci e li cuoci in padella con pochissimo olio (giusto il necessario perché non si attacchino) e un po’ di acqua, tenendo tutto ben coperto (sarà il vapore dell’acqua rilasciata dai friggitelli stessi a cuocerli, e visto che l’olio è pochissimo, non trasuderanno sugna (come certo piaceva a me.. coff coff). Il tacchino invece si fa a pezzettini e si mette a cuocere sulla piastra grigliata, senza olio ma con solo del sale sulla piastra. Una volta cotto mescolatelo ai friggitelli, e condite il tutto con olio a crudo, aceto di lamponi e un goccetto di succo di lime (sì, sì, ci sta bene, fidatevi). Meglio tiepido che freddo, in quanto tutto il pollame tende a indurirsi un po’ troppo se non lo disfacete un po’, o se non lo marinate. Se volete potete anche aggiungerci dei funghi che avrete cotto sempre sulla piastra, ci stanno bene.

Ok fin qui abbiamo capito che siamo a dieta. Ma cosa c’entra il Pride?
Beh. Intanto c’entra perché qui siamo in piena “stagione dei Pride”. E capite che sono particolarmente attivo in questo periodo. Poi perché il sunnominato Tacchino me lo sono portato appresso come pasto al piccolo Pride Park di Villa Gordiani, lo scorso weekend. Per tre giorni sono stato in uno spazio che vedeva sfilare sotto il mio naso Lasagne, Cannelloni, Insalate di pasta e altri carboidrati. Quindi con estrema forza di volontà ho resistito alle sirene nazional-popolari del punto ristoro “quasi una festa dell’Unità” (ma meglio e senza salsiccia grigliata) e sono stato BRAVISSIMO.

E che era ‘sto Pride Park?
Ecco, raccontiamolo un pochino.
L’anno scorso per l’Europride si era fatto un park a piazza Vittorio durato quasi due settimane tra mostre, eventi, spettacoli, proiezioni, dibattiti e presentazioni di libri, tutti a tematica lgbtqi. Il bello dell’iniziativa era vedere una piazza di Roma popolata da stand e banchetti delle associazioni lgbtqi, brulicante di attivisti, militanti, drag queen, indiani, passanti, gay, lesbiche, cinesi, fighetti del Pigneto, trans, etero, tutte persone capitate in una piazza DENTRO la città, che anche solo per caso avevano trovato la voglia e la curiosità di stare insieme. Un luogo vivo, quindi, lontano mille miglia da appuntamenti ingessati ed istituzionali, dai ghetti gay, e dalla stessa parata che, anche se momento festoso e politico nello stesso tempo, si svolge sempre in una città muta, vuota, tra l’indifferente e l’impaurito.

Questa esperienza, mutatis mutandis, la volevamo ripetere a tutti i costi anche quest’anno. Soldi pochissimi, tempi strettissimi. Stritolati tra burocrazie a volte incomprensibili, organizzazione un po’ dis-organizzata, tanti attori diversi e a volte poco abituati a parlarsi, abbiamo comunque fatto il nostro piccolo percorso. Ne è venuto fuori un piccolo park dentro Villa Gordiani: una tre giorni di dibattiti pepati, con momenti anche molto toccanti, ad indicare che le tematiche non erano mai banali e che abbiamo tutti e tutte preferito confrontarci con contraddizioni e criticità, piuttosto che ingessarci in degli pseudo talk show). Una tre giorni di spettacoli musica cabaret cinema e artevaria, con vette di una caciara che solo a Roma si può raggiungere (chi ha visto il karaoke, sa quello che dico) ma anche improvvisi spazi delicati, ironici, polemici, insomma, tante cose. A molti è piaciuto, ad altri no; certo è che come esperimento è lontano anni luce da altre situazioni patinate (e costose, eh, mentre ricordo che il park era gratis) cui tanti di noi sono abituati, quasi a pensare che nient’altro è possibile. E invece no, altre strade e altri percorsi esistono, e lavorando insieme si possono creare degli spazi attraversabili da ciascuno di noi. Spazi dove convivere e coesistere tra finocchi quasiventenni, lesbiche battagliere, azzimatissime trans senza un capello (o un cappello) fuori posto, amanti del cuoio, famigliole tradizionali e molto meno tradizionali, orsacchiottoni tutto zucchero e colesterolo, vecchietti della bocciofila, fricchettoni old school e new twinkies, basta solo avvicinarsi alle cose con curiosità e senza pregiudizio.

Chiudo quindi il post con questa microcelebrazione di tutte le persone che, anche litigando, sudando caldo e/o freddo, mettendoci la faccia, i soldi, tempo prezioso e know-how ancora più prezioso, hanno fatto si che si aprisse uno spiraglio nell’asfittica scena romana. Molto “alla romana”, appunto, con quella che amo definire la iperdemocratica mescolanza di principi e pezzenti, di stile e sciatteria, che è, appunto, il vero stile romano. :)

 

NOTA BENE: appunto per questo, il mio tupperware di plastichetta contenente il dieteticissimo pasto è diventato una scatola-bento con tovaglietta e bacchette stilosissime. Come da foto! :)

 

Autodeterminazione dietetica, ovvero resistenza alla lasagna.

Porco! (ma con rispetto)

16 mag
Arista di maiale con cipolline, aceto di lamponi e sale nero.

Arista di maiale con cipolline, aceto di lamponi e sale nero.

PORCO. Ma anche maiale e scrofa. Posso dire porco? Lo voglio dire senza che sembri un insulto, anzi. Me lo dico da solo, sono un porco. E, ribadisco, non sto insultando nessuno (ma suona male, eh?). Il fatto è che un bel po’ porco lo sono. Lo sono a letto. Ebbene si. Mi piace il sesso, mi piace farlo, mi piace farne tanto e mi piace farlo bene. E anche se sono un amante delle coccole, dell’aspetto più “dolce” del rapporto, della carezza, magari anche della risata (che a letto ogni tanto farsi due risate fa davvero bene), beh in ogni caso mi piace ancora di più se questo aspetto si mescola con una buona dose di sesso, arrapante e ben fatto.
E quindi? Quindi spesso chi ama il sesso viene definito un “porco”. Ok, qui ci sono dei problemi. Innanzitutto, la parola porco viene usata in senso assolutamente dispregiativo. E perché? Intanto, il maiale non è un animale che associamo immediatamente all’attività sessuale. Non è un coniglio, non si lagna e struscia su qualsiasi cosa come una gatta in calore (o come una cagna, se vogliamo restare lievemente insultanti), non mi pare stupri altri suoi simili come fanno gli oranghi, non si masturba in continuazione come le bonobo, insomma, ma che ha fatto il maiale per diventare sinonimo (spregiativo) di sesso?
il fatto è che il maiale è considerato un animale SPORCO (s-porco?). E anche il sesso, è considerata una cosa sporca. Almeno qui in Italia, da tanta gente. In questo paese sessuofobo e cattolico, moralista e prude.
Eppure, il maiale non è un animale sporco. Così come non lo è il sesso. Il maiale è un animale molto pulito e molto intelligente, che come unica colpa ha quella di essere troppo buono e piacere molto all’onnivoro, gourmand essere umano. E siamo noi umani-poco-umani che li teniamo in allevamenti intensivi, imbottiti di antibiotici perché in quelle condizioni qualsiasi essere vivente si ammalerebbe, tirandoli su come fossero dei pezzi di ricambio per auto e non degli esseri viventi.
Premetto. Ho provato ad essere vegetariano, e ci sono riuscito per qualche anno. Poi una notte mi sono svegliato così, di botto, con un desiderio IMMENSO  di pane e prosciutto crudo. Quindi ok, anche io mangio carne. Carne di porco. Ma cerco di rispettare la vita che è stata sacrificata per darci arrosti, prosciutti e salsicce prelibate. Vorrei consumarne il meno possibile (non facile…), cerco di cucinarla il meglio che posso, e poi… E poi insomma, fatemi riabilitare il nobile porco.

Quindi, dicevamo: sono un porco. Non lo nego affatto, anzi. ne sono contento. Sono felice che le mie pulsioni erotiche (ma non solo, anche pura e semplice curiosità di vedere il mondo) siano state fin da subito così potenti. Da ragazzino gironzolavo per i quartieri di Roma e Perugia chiaramente a caccia di guai, non sapevo ancora cosa stessi cercando (a 13 anni lo avrei scoperto in un istante…) ma sicuramente NON andavo a catechismo, il pomeriggio… Forse tutto iniziò lì, da quei pomeriggi passati fuori casa, tra Montesacro e il Tufello, in cui la pancia mi guidava per strade, stradine, giardini, per cortili deserti, salendo e scendendo le scalette del quartiere… Ho fatto un sacco di cose che non dovevo fare (prima o poi ne scriverò…), ho imparato tante cose dalle mie cazzate, e ho inziato a esplorare il mondo con un pelo di coraggio in più, perché ero da solo. Ma non potevo farne a meno. E tutte le esperienze fatte, comprese le più brutte e violente, mi hanno in qualche modo salvato la vita. Nel senso di salvarmi da una vita che non avrei mai voluto, troppo tranquilla.

Da lì a scoprire il sesso, il piacere (anche letteralmente) della carne, la gioia del contatto… promiscuo o no, a rischio o meno (quando ho iniziato a fare sesso io, non si sapeva nulla di AIDS, prevenzione, preservativo… sono stato MOLTO fortunato…), in luoghi insoliti strappati alla città, in case più o meno consapevolmente ospitali, e poi, da maggiorenne, anche in saune e cruising… Insomma la mia carriera da porcello l’ho fatta. L’approccio “carnoso” (per non dire carnale) alle persone mi ha insegnato nuovi linguaggi e ho capito che possiamo comunicare anche attraverso i nostri corpi, senza scrivere e parlare. E senza sottintesi sentimentali e amorosi, che rischiano spesso di farti perdere di vista il punto fondamentale, ovvero che in quel momento quello che stai facendo vale solo di per se, non devi proiettare un futuro di amore su un presente di piacere per poterne godere. Senza  nulla togliere all’infinito, vertiginoso e delicatissimo istante dell’innamoramento, alla conoscenza del corpo della persona che ami e che ti ama… beh accarezzare qualcuno che non conosci e che probabilmente non vedrai mai più, abbandonartici, farci sesso con gioia esplorando fantasie e limiti… Vale tantissimo di per se.

E ‘sta lingua del corpo? Forse è una lingua promordiale e antica, ne abbiamo perso tanti segni e molte persone nemmeno vogliono più decifrarla. Invece a me delle persone che ho incontrato ha detto cose molto intime, belle, alcune dolorose. Alcuni corpi sono timidi e scontrosi, altri insospettabilmente si aprono a qualsiasi esperienza, guidati solo dal desiderio del piacere. E la testa li segue volentieri.

Ecco, alla fin fine, essere porci è una gran cosa. E appunto, per onorare l’animale che ci dona non solo la sua carne (tutta!), ma anche il suo nome, tiro fuori per voi un delicatissimo, succosissimo Arrosto di Maiale con Cipolline e Aceto di Lamponi.

La ricetta è molto semplice, il trucco è solo nell’usare sempre ingredienti sceltissimi.
Per prima cosa, prendete un bel aezzo di Arista di Maiale, tenero e rosato. fatelo rosolare con dell’Olio Extravergine di Oliva in una pentola, a fuoco vivace. Appena inizia a colorarsi, sfumatevi tre cucchiai di Aceto di Lamponi e aggiungetevi delle Cipolline Borretane pulite. Abbassate il fuoco, e fate cuocere per una quarantina di minuti a fuoco lento, mantenedo sempre umido l’arrosto e le cipolle, aggiungendo di tanto in tanto un po’ di Aceto di lamponi e di Olio, nonché ogni tanto un goccio di latte. Verso fine cottura, quando la carne sarà cotta e le cipolline inizieranno a disfarsi in una crema, aggiungete una manciata di sale (io ho usato del Sale Nero delle Hawaii, in quanto il sapore leggermente affumicato lo rende sublime con il maiale, e anche per la sua consistenza che continuerà ogni tanto a scrocchiarvi sotto i denti. CRUNCH!). A fine cottura, fate raffreddare, tagliate il maiale a fette sottili, e servitelo con le cipolline e il fondo di cottura ridotto leggermente.

Oink! Oink!

Un’altra quiche? Ovvero di come gli asparagi ti fanno tornare bambino.

19 apr

Si, si, a me piacciono le quiche. Evidentemente sono davvero gay in questo. Ma insomma, come si fa a non amare quello scrigno di pasta che racchiude ingredienti gustosissimi? Quindi se ne propongo ancora una, non se ne abbiano a male gli amanti delle graziose e zuccherine cupcakes che hanno ormai soppiantato il morbido muffin nel cuore dei foodies. Non me ne vogliano gli amanti della zuppona di cereali, calda o fredda, local o global, che sia estate o inverno. Non si arrabbino gli adoratori dell’arrosto (che avranno presto una ricettina tutta per loro). Né mi maledicano i fan del primo piatto passepartout, della pasta svelta con verdure e quelcertononsoche, la spezia di turno o la fetta di lardo gourmand. Anche stavolta la star è una quiche.

Ok, va bene. Ma CHE quiche è? Iniziamo col dire che siamo in primavera e per me primavera significa verdure. Soprattutto ALCUNE verdure. Gli asparagi. Li amo, li ho sempre amati. La mia passione sono quelli selvatici, piccoli, sottili, gustosissimi, da cucinare senza lessarli prima, direttamente in padella, amarognoli e saporiti. Anche gli asparagi bianchi, pallidi, delicati, serviti con salse burrose, mi piacciono. Un po’ meno di quelli selvatici, ma insomma.
Solo che ogni volta che mangio gli asparagi, c’è la manfrina del “lessali prima” che li fa diventare mosci (ed è una parola BANDITA da molti miei vocabolari – ehm!) e acquosi… Per niente appetitosi, insomma. Ma… ma forse, almeno per alcune preparazioni, l’idea c’è.
Se devo cuocere degli asparagi per una pasta, o, guarda caso, per una quiche, l’ideale è, dopo averli puliti se necessario, TAGLIARLI PRIMA a pezzetti (e non dopo una volta lessati) e sbollentarli appena in modo che siano ancora duretti e croccanti, e poi fargli finire la cottura in padella, saltati con un po’ di olio o di burro. Rimarranno comunque al dente, ma saranno molto più saporiti. E faranno da sublime condimento per una pasta semplicissima (aggiungete solo pepe nero e parmigiano… e vedrete) o per, appunto, una quiche.

E che altro ci va in questa quiche?

Questa volta avevo voglia di sapori decisi. Niente mollezze, niente salsine delicate, zero burro. In questa quiche decisamente rustica, ho messo un mazzo di asparagi a pezzetti (trattati come sopra), due salsiccette a pezzettini, un pochino di guanciale croccante, tre cipollotti a tocchi, e del caciocavallo ragusano a dadini. Poi, dopo aver spadellato il tutto per un venti minuti, ho versato della panna nel composto (una confezioncina piccola). Spento il fuoco, una volta che tutto è tiepido, ho aggiunto due uova intere e un tuorlo. Una rapida mescolata e con quello ho riempito la tortiera foderata con una bella pasta da quiche preparata prima (io ho usato 200gr di farina di farro, stavolta, con un uovo, 90gr di burro, sale e 25gr di acqua fredda). Infornate et voilà, dopo 25min di forno a 180 gradi, la quiche è perfetta.

Perfetta e saporita. L’asparago, delicato e aromatico, insieme alla salsiccia sapida e al gusto deciso del caciocavallo, si mescolano alla dolcezza della panna, mentre le uova e la pasta “à quiche” danno a tutto una struttura solida. Sono sapori che conosco bene. Sono quelli della campagna, di quando da bambino passavo un mese d’estate a Spoleto, nella casa dei miei nonni paterni.
La casa dei nonni. Ho dei ricordi molto netti di quella casa. Me la ricordo grande, tanto grande. Per me che ero abituato a un appartamento di città, a Roma, trovarmi in una villa a due piani era una cosa così strana. Non era solo l’effetto “Davide contro Golia”, che da piccoli abbiamo sempre e che ci fa sorridere da grandi, perché quello che ci sembrava enorme allora è piccolo, tanto piccolo adesso.
No, la cosa che mi colpiva era il vuoto. Lo spazio. Le stanze, il corridoio, il grande viale di ingresso, il giardino e il bosco, tutto era vuoto, silenzioso… L’ideale per un piccoletto come me, che scopriva ed esplorava il mondo, per di più quasi sempre autonomamente, da solo o col cugino spoletino di poco più grande.

C’era anche una casetta minuscola, nel bosco. Era un microrifugio per me e mio cugino. La avevamo arredata con dei quadretti di mio padre, e passavamo ore a leggere fumetti della Marvel e a scrivere LA canzone (in stile Sergio Caputo, vabbè… nessuno è perfetto, direi). Devo aggiungere che facevo anche altre cose, in un’estate particolarmente ricca di scoperte per me, ma forse il racconto del passaggio dall’infanzia all’adolescenza  lo facciamo un’altra volta… ehm… Per ora voglio tornare a quella casa bellissima e a quella campagna ricca e verde. e a quei sapori che non ho mai scordato.
Già. I sapori di quando eravamo piccoli. E chi se li scorda più? Per anni ho inseguito il sapore del tartufo nero, o scorzone, che pur non pregiato era buonissimo sugli strangozzi… E per anni ed anni ho cercato di ricostruire il sapore perfetto di un semplicissimo riso in bianco con prosciutto cotto e parmigiano… Che non aveva nulla di speciale se non per il fatto che mi era stato dato in ospedale, dove ero stato ricoverato per delle coloche renali, dopo giorni di digiuno… Doveva fare schifo, ma in quell’istante mi sembrò paradisiaco… e non sono mai riuscito a ritrovare quel sapore, dettato evidentemente non dalle qualità intrinseche del riso, ma dalla mia fame disperata… (oh beh, sì, avevo davvero MOLTA fame… e sì, lo ammetto, sono MOLTO goloso…). Ecco tra tanti sapori, anche gli asparagi (ma solo se sono buoni, saporiti, croccanti, verdi, e giovani) hanno il potere di portarmi in quel luogo lontanissimo ma così vicino che è la memoria (ok, qualche maligno direbbe che la MIA memoria manco è troppo vicina, ma vabbè…).

La prossima volta vi racconto della connessione pericolosissima tra la mollica di pane e le pulsioni erotiche di un preadolescente.

People & Food Project. #2 Sara ovvero Crema di Mascarpone, Latte di Mandorle e Fragole.

12 mar

Avete presente il colpo di fulmine? Ecco. Così è stato tra me e Sara. Ma non un banale coup de foudre; no, è stato un colpo di fulmine prodotto da una catena di colpi di fulmine. Colpi di fulmine amicali, ma non per questo meno forti di quegli innamoramenti che poi magari non riusciamo a gestire perché troppo violenti e ci lasciano consumati e quasi delusi, alla fine.. Invece qui parliamo di una amicizia nata su facebook, cresciuta a suon di battute, alimentata da interessi comuni, solleticata da curiosità e incrementata e resa reale da visite a Torino (mie) e a Roma (di Sara, ma sempre troppo poche, e lei lo sa!!!).

Sara, o Saretta, è  piccola, minuta, non si impone per stazza o prestanza fisica (ma va detto, si circonda sempre di omoni niente male… tutti rigorosamente gay! O quasi). Ma è una persona di cui percepisci subito la forza nonostante le apparenze.

Sara ha una storia complicata dietro. Dico dietro, pur pensando che non è vero che il passato è alle nostre spalle, e senza passato non ci sarebbe il presente… Ma un’altra cosa che Saretta ha, è che, pur con un vissuto che bussa sempre alla sua porta (rompendole parecchio i maroni peraltro), lei pensa al futuro e fa progetti. Insomma, questa piccina qui se non si fosse capito è di acciaio inossidabile (nonostante i raffreddori e i febbroni continui, neh). Ma ha anche una dolcezza innegabile, e un sense of humor che in parte vivo come vicino al mio. Quindi come potevo resistere, mentre leggevo i suoi post sul profilo del nostro amico comune Cesare, (la nostra “AMIGAH”) e rispondevo, dentro di me già pensavo “Ma chi è ora ‘sta tipetta tutto pepe?”. Avevo davanti una icona gaya e non lo sapevo ancora. Solo lei sa salutare con la mano a cucchiarella stile Regina Elisabetta Seconda con regale eleganza, magari da un carro del Pride. Un po’ teatrale? Il teatro è una delle passioni di Sara. Non sarà quindi un caso…

Sara ha anche una altra innegabile, importantissima qualità. Cucina benissimo. :) E cosa molto molto importante, della sua passione ha fatto anche il suo lavoro. Cucina cucina cucina. Prova, esperimenta, spignatta, per se, per gli altri, per il suo amore di Lemming, sa cosa vuo, dire la fatica in cucina ma non per questo la sua passione viene meno.
A questa Iron Lady spiritosa e acuta ho dedicato ed accostato un dolcetto molto molto semplice. Non si tratta altro che di una cremina di mascarpone. Come Sara piccola e semplice, ma come lei riserva delle sorprese.

Intanto la crema in questione unisce il Nord ed il Sud Italia (come Sara che è nata al nord, ma…). Perché è a base, sì, di Mascarpone. Evabbè. Ma a questo va aggiunto un componente delizioso, ovvero la Pasta di Mandorle, e per la precisione quella pronta in panetti per fare il latte di mandorle, o Orzata, quella delizia siciliana un po’ retro (direbbe Fiammetta Fadda), che fa Vintage… :)
Sciogliete la Pasta di Mandorle in un pochino di latte, e poi frullate il tutto. Dopodiché aggiungete rapidamente e delicatamente il mascarpone, aggiungete un pochino di essenza di fiori di arancia (credetemi, è fondamentale), zucchero a velo e un po’ di panna (poca). E infine, per tutta sta roba (tipo 500gr di mascarpone, 100gr di pasta di mandorle, 80 di zucchero e un pochino di panna, a occhio e croce), se avete paura che il tutto possa risultare troppo liquido, aggiungete un foglio di gelatina (che farete prima inumidire in acqua fredda, e poi sciogliere in un po’ di latte caldo). Tutto si terrà perfettamente.
Mescolati gli ingredienti, versateli in coppette individuali, e lasciateli raffreddare per almeno tre – quattro ore in frigorifero. Serviteli insieme a delle fragole tagliate a fettine spesse. Potete anche sostituire le fragole con qualcosa di più esotico, come del mango, o del frutto della passione, altrimenti con dei biscotti fatti in casa. Il risultato è sempre ottimo.

Il Bulimico Ottimista, ovvero Orecchiette Guanciale e Menta.

28 feb

Orecchiette Guanciale e Menta.

Insomma. Ricapitoliamo un attimo. Crisi economica devastante. La mia, in particolare. Due raffreddori come non ne avevo da anni. La neve a Roma. Una serie di grane che la metà bastavano. Sesso, manco mi ricordo più che è (già, che è?). Una cosa bella che finisce (si trasforma e cambia, resta bella, ma insomma sai che non è più quel mezzo sogno di prima). La prima riunione di preparazione del Roma Pride 2012 che è stata un epico gettafango come da tempo non se ne vedevano. Insomma. Non ci siamo fatti mancare nulla. In più, domani è il 29 febbraio. Anno bisestile. BBBRRR. Siete scaramantici? Io no. Però.
Dimmi se poi, da bravo bulimico, dopo una tale rassegna non ti viene una fame da lupi.
Ecco. In questo panorama deprimente, ogni tanto ci sono dei raggi di luce. Dei bei libri letti, per esempio. O la scoperta che alcune persone vicine a te scrivono, e anche bene.
Ovviamente anche amici e amiche, conosciute, o incontrate dopo tanto tempo. Relazioni che si rinsaldano, che si approfondiscono e prendono forma. Qualche possibile incontro un po’ intrigante. Insomma, ‘sto 2012 è iniziato freddo, scostante, cattivello. Ci ha fatto molto apprezzare i nidi caldi, le tane, il raggomitolarsi tra amici, ma insomma… qualcosa non quadra… ti rendi conto che non si può vivere sempre sulla difensiva, aspettando il peggio.

Stanno anche arrivando le prime giornate di sole. Roma così è meravigliosa. Una luce bellissima, dei colori che si superano solo in ottobre… Fa ancora freddo, ma già senti un desiderio diverso, di qualcosa di tenero, di fresco… Insomma. Non è primavera ma la vorresti qui.

Anche in cucina funziona così, anzi. E quindi prendi un piatto di per sé non proprio leggero, di cui hai una voglia insana, e… e lo alleggerisci appena un po’ con un odore, una spezia… Insomma, gli butti lì quell’anticipo di primavera che desideri. Hai deciso. magari sono stupido, ma sicuramente sono ottimista. :)
E ecco allora le Orecchiette con Guanciale e Menta. Era una sera solitaria, avevo fame, fredda, e però anche quel desiderio in più, di un sapore nuovo ma semplice. Apro il frigo e guardo cosa c’è…
La ricetta è stupidissima, in realtà. Mentre fate bollire l’acqua per la pasta, fate a fettine sottili del guanciale e mettetelo in una padellina a soffriggere, da solo, senza nulla. Fatelo diventare croccante e poi toglietelo dal fuoco. Nel frattempo, fate un bel trito di menta fresca (l’ideale sarebbe la Mentuccia Romana, io avevo invece della semplice Menta). Aggiungete un po’ di olio e abbondante pecorino, e fate una sorta di cremina-pesto. lasciate qualche foglietta separata ancora intera. Alla fine, quando state per scolare la pasta, prendete un po di acqua di cottura delle orecchiette e emulsionate il pesto con quella. Versate le orecchiette al dente in una padella, conditele con il pesto di menta e pecorino, aggiungete il guanciale croccante e un po’ di piccante, del peperoncino o della Harissa sarebbe l’ideale. Io ho la fortuna di avere della Harissa in gelatina aromatizzata alle rose, quindi un barattoletto di Nord Africa concentrata (grazie, Irene). L’aroma freschissimo della menta e il vaghissimo accenno di rosa (ma è davvero quasi inesisente), insieme al sapore forte e salato di pecorino e guanciale, e al peperoncino piccante, si mescolano in un piatto che poi è davvero semplice, un po’ povero, ma molto molto buono e soprattutto ti fa dire “vabbè, dai, che tra un po’ le cose andranno meglio, è già nell’aria”.

Bulimico sì, ma ottimista. :)

Orecchiette Guanciale e Menta.

Dei veleni e degli antidoti.

14 feb

Non muore nessuno, per carità. Sono piccoli colpetti all’autostima e nulla più. Ma in determinati momenti, possono fare male. Anche tanto. Dei piccoli veleni.

Metti che stai a una festa, in un locale. Un after. Metti che stai ballando in pista, con gli amichetti. E vedi un ragazzo. Oh beh. Bel tipo. Ammazza. Poi… sì, credo che la barba sia ROSSA.
La barba rossiccia. Il mio feticcio.
Vabbè, il dato è stato incamerato, ora posso tornare a ballare senza fissarmi sul tipo, che, tanto, Gianluca, ma che te ce fissi a fare? Quello è supercarino, non ti guarderà mai, figurati. Quindi lascia stare.
Lascio stare.
Dopo un po’ una sensazione. “Ma che niente niente il tipo sta guardando da queste parti?? “

Tutto cambia. Inizi vago, vaghissimo, delle manovre di attracco, e incominci a orbitare intorno al bersaglio. Ovviamente guardi:
A- per terra, sguardo fisso sulla punta delle tue scarpe come un bambino sgridato dalla maestra.
B- fisso in console, dove suona il dj amichetto tuo, con cui comunichi a suon di fischi alla pecorara (che non sai fare) e occhiate di intesa.
C- più o meno in direzione dell’interessato. “Più o meno” significa che tu cerchi di avere uno sguardo vitreo e pallato, come se stessi fissando un punto vago, una galassia aliena, una realtà parallela, mentre invece stai monitornando ogni movimento dell’oggetto delle tue attenzioni, anche il più impercettibile… Sei visibilmente concentrato su di lui,  e solo tu pensi che nessuno se ne accorga.

Nel frattempo ti sposti e noti anche che pure lui si sposta. Un altro po’. Anche lui, un altro po’. Lo guardi “di sfuggita”. Ti guarda “di sfuggita”. Uhm. Incredulità. Ti risposti leggermente. Pure lui si risposta leggermente. Ok, FORSE allora…..

Allora nulla. Mentre tu stai ancora studiando quale passo fare e continui Le Grandi Manovre, la disfatta. Tutto si svolge in un microsecondo. Arriva un tipo. Molto bellino. Anzi, bonazzo.  Sicuramente sexy. Forse simpatico, lo conosci di vista. Si pianta davanti alla barbetta roscia (tu sei talmente laterale e tangenziale nel frattempo, che ci si chiede se stai ballando in una pista diversa). Tre parole. Un sorriso sparato al volo. Un tocco di braccio (bicipitato). Si parlano nell’orecchio. Sono già al bar a bere. Stanno già pomiciando. C.i.a.o. Un attimo, e passi da un mood Il tempo delle mele a L’angelo Azzurro.

Non è che è colpa di qualcuno. Non c’è nemmeno stato un rifiuto. Non è successo proprio nulla. Ma proprio per quello l’episodio ha delle dimensioni cosmiche. Non è un ragazzo che ti ha detto “no”. È l’universo, sono leggi immutabili ( e un po’ infami, diciamocelo) contro cui tu nulla puoi. Sono proprio quelle regole su cui si basa la Natura. Il Fighetto contro lo Sfighetto. Darwin la chiama Selezione Naturale.Tu non volevi trasmettere il tuo patrimonio genetico a chicchessia, ma tant’è, forze cui non puoi opporti hanno già deciso.

Di fronte al cosmo, ti senti piccolo piccolo. Ti viene voglia solo di una tana, un rifugio caldo dove ci sei solo tu e un brodino con magari il formaggino Mio che ci si scioglie dentro. Non è un grande successo da un punto di vista gourmand. Ma ci potrebbe anche stare, no? in fondo in fondo… quasi quasi…
E invece no. Perché poi ti accorgi che ci sono amici intorno, sono loro il tuo rifugio tiepido. Un po’ di sarcasmo. Un po’ di battute. Racconti. Esperienze. Relativizzi anche le “pijate a male” (sì, a Roma si dice così). Sei un po’meno il centro dell’universo, e un po’ più parte di una rete di relazioni e rapporti. E a quel punto, non ha senso parlare di brodini e formaggini. Bisogna preparare qualcosa per l’amichetto che si ferma a pranzo e ha sfidato intemperie e Alemanno… Qualcosa che ci ricordi che ormai è domenica mattina, che stiamo bene, ridiamo e scherziamo, ci si vuole bene, e “life goes on”.
Apro il frigorifero. Oh beh, ci sono dei peperoni, un po’ di carne tritata… un cavolfiore.. dei fusi di pollo…
Qualcosa ne abbiamo tirato fuori. Ma soprattutto, se ne tira fuori il desiderio di connettersi con qualcuno, e condividere qualcosa intorno a un tavolo, piuttosto che bulimicamente chiudersi a riccio e mangiare solo per colmare un vuoto.

Antidoto numero 1:
Cavolfiore  e Fusi di pollo al Gratin

Semplice. Sbollentate il cavolfiore pulito per 5-7 min, poi mettetelo via. Nel frattempo prendete i fusi di pollo, e avvolgeteci intorno delle sottili fettine di bacon e delle foglie di salvia. Metteteli in forno con un goccio di olio, salateli e pepateli, e fateli rosolare per bene per una ventina di minuti. Preparate una piccola besciamella, con burro farina e latte (lo sapete come si fa una besciamella, no?), e insaporitela se volete con del tartufo nero (anche quelle salsine che sanno di poco, almeno ne trovate un utilizzo finalmente!). Tagliate le cimette di cavolfiore a metà e iniziate a disporli su delle cocottine indivuali, a strati: cavolfiore, besciamella, parmigiano, cavolfiore, besciamella, parmigiano… lasciate un po’ di spazio al centro però. Tirate fuori dal forno i fusi di pollo e mettete un fuso su ogni gratin, lì dove avete lasciato un po’ di spazio, irrorate con il sughino tutto il gratin, e date una ultima botta di besciamella, tartufo nero e parmigiano su tutto, pollo compreso. Infornate per una decina di minuti a forno caldissimo, e date gli ultimi due – tre minuti una botta di grill. Sfornate e servite direttamente nelle tegliette individuali.

Antidoto numero 2:
Piccoli Peperoni Ripieni

Anche qui… un antidoto di tutto rispetto, non fosse altro che per il colore.
Prendete dei peperoni piccoli, da poter fare ripieni. togliete la calottina superiore e puliteli di semini e filamenti bianchi. Nel frattempo mescolate insieme della carne tritata (manzo va benissimo), della feta sbriciolata, un uovo, del prezzemolo tritato, un pomodoro o due a dadini, e della harissa. Riempite i peperoni con l’impasto e richiudeteli ciascuno con la propria calottina (picciolo compreso). Infornate a forno ben caldo per una mezz’oretta. Sfornate e mangiate.

People & Food Project. #1 Antonio e i Biscotti all’Avena.

7 feb

Antonio Ranesi detto b.i.c.

Colazione con Biscotti di Avena e Mirtillo Rosso

Molte volte mi sono chiesto per quale ragione il cibo ha tanto peso nella mia vita. E mi sono dato tante risposte, tutte diverse, alcune anche incompatibili tra loro. Ci sono risvolti psicologici così banali da farmi pensare che siano assolutamente veri (non esiste cosa più reale dei luoghi comuni, no?). La storia familiare, costellata di persone golose e dedite alla cucina. Mio nonno materno, vera leggenda del pesto fatto in casa ( e del tormento mattutino, lui, il suo martello, i pinoli sul davanzale della finestra, mia madre che all’alba impazziva). Mia zia Nicoletta, che come dice sempre, ha imparato sposandosi, che prima non sapeva manco cuocere un uovo, e che mi ha insegnato, forse senza saperlo, il rispetto assoluto per chi in cucina prepara tagliatelle per dieci persone, sugo ai finferli compreso, cacciagione compresa, mele al forno con ribes compreso, dolce compreso, e caffè.. no il caffè lo fai TU. E tanti altri.
Forse un po’ di pura gola? Bulimia con a volte venature gourmand?
Forse sono ancora in fase orale? Che ne pensa la Sora Freud?

Rimane il fatto che per me il rapporto con il cibo ha un risvolto fondamentale. La convivialità. Il condividere il cibo con altre persone. E non è un caso che io ami, delle case che visito, le cucine, come luogo di chiacchiera eterna. Non è un caso che la mia cucina sia il microcuore della mia microcasa. E che ci si ritrova spesso a improvvisare cene anche in dieci persone lì dove, tra gente normale, ne entrerebbero quattro, al limite quattro-più-chihuahua.

Allora mi sono messo a pensare (uh!!). Ma non sarebbe carino fare non solo le foto ai piatti che (con alterne fortune) riescono meglio, ma anche alle persone che poi li mangiano, questi piatti? Forse racconterebbe qualche cosa di più interessante che solo una ricetta. Che tanto poi, si è capito, qui non è mai “solo una ricetta”, il cibo è sempre qualcosa di più.

Allora inizio oggi. Inizio con Antonio. Antonio è “il mio amico fotografo”, il primo responsabile (suona meglio che “colpevole”, no?) di questo blog. La macchina fotografica che uso è una sua vecchia nikon D70. Me la ha venduta lui. Un po’ di rudimenti della fotografia con la reflex ha cercato di insegnarmeli lui (ma io non ho imparato). Condividiamo da anni un piccolo studio dove lui scatta fotografie, mugugna su internet e fuma sigarette, mentre io e altre persone cerchiamo di fare i “grafici”. Ha i capelli più assurdi che io conosca, per la capacità di prendere qualsiasi forma per, però, non più di tre minuti. Poi tornano ad essere dritti, biondi, e inesorabilmente da pazzo. Il suo rapporto col cibo lo defiinirei, fondamentalmente, “puntuale”. Nel senso che quando ha fame, crollasse il mondo, deve mangiare.
Facciamo anche dei progetti insieme. Ci piace poi sfilacciarli all’infinito, persi nelle pieghe delle nostre nevrosi, dei nostri “oggi non posso oggi non mi va”. Ma prima o poi, li porteremo a termine. Lo so.

Ad Antonio, ma solo per casualità, si abbinano in sorte questi biscotti all’avena. Tutto perché li ho fatti ieri notte, e oggi li ho portati a studio (sì, io qui dico “a studio”… so che ci sono molte querelles su questo presunto errore…). Avevo nello stesso istante i miei due soggetti. Quindi, iniziamo. MA va detto che il cibo, il piatto che collego IMMEDIATAMENTE ad Antonio, e che un po’gli assomiglia, è un altro. È una bruschetta fantastica, una sua ricetta a base di pane abbrustolito, aglio, feta e paprika. Davvero, è lui. Sapori semplici e intensi, equilibrati, sembrano poveri ma in realtà sono un equilibrio esotico che non avete idea. Ma vabbè. Torniamo ai biscotti.

Sono molto semplici da preparare. La base mi viene, tanto per cambiare, da Siegrid Verbert e il suo cavoletto di bruxelles.
Accendete il forno a 180°. Mescolate insieme 170gr di burro fuso, un uovo, 100gr di zucchero semolato e 85gr di zucchero di canna. Aggiungete 165gr di farina setacciata, una presa di sale, mezzo cucchiaino di lievito per dolci, e 150gr di fiocchi di avena. Nel frattempo ho fatto rinvenire nel latte un po’ di mirtilli rossi essiccati. Li aggiungo alla fine all’impasto, mescolando bene. Lo lavoro con le mani fino a farne una specie di cilindro (non sarà facile, l’impasto tende ad essere mlto molto morbido e appiccicoso, magari un pochino di farina in più vi aiuterà), e lo faccio riposare in frigo per un quarto d’ora, più o meno.
Preparo una teglia piatta con carta da forno. Tiro fuori dal frigorifero l’impasto, e inizio a stenderne delle cucchiaiate sulla teglia, cercando di fare in modo che siano un pochino regolari. Lasciate abbastanza spazio tra un biscotto e l’altroperché tendono in cottura a allargarsi e gonfiarsi un po’. Infornate per 10-15 minuti. STATE MOLTO ATTENTI. Perché in un attimo i biscotti si bruciano e c.i.a.o. non sono più roba commestibile ma un monumento al rimpianto. Sfornateli, fateli freddare (appena caldi sono ancora troppo morbidi) e… e bon appetit.

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